Tornano, con i venti di guerra, i test nucleari? La sicurezza è fraternità, umanità, terrestrità

31.10.2025

Si ricorda l'incontro Zoom programmato per il 4 novembre alle ore 18:00 sui temi del riarmo europeo e delle spese militari da contrastare facendo perno sulle obiezioni di coscienza.

https://us06web.zoom.us/j/83944051716?pwd=Xxv7AsbaFJFa2bwtsbsiiHpmtz4YRY.1
Aderisci all'appello per l'iniziativa "LIBERARE BARGHOUTI, PARTNER DI PACE COME MANDELA". Una ambasciata di pace con due uffici: Tel Aviv e Ramallah.

https://www.petizioni24.com/barghouti_libero  

Donald Trump si è incontrato con Xi Jinping in Corea del sud e, commentando i suoi esiti, ha annunciato, citando gli arsenali di Russia e Cina, che gli Stati Uniti, ricominceranno a fare test nucleari (dopo 33 anni di digiuno). Molti esperti ci tengono a precisare che non si aspettano test sulle esplosioni ma forse sui missili in grado di trasportare le testate. Secondo le agenzie stampa, Trump ha citato "i test degli altri Paesi" e ordinato di "testare le nostre armi nucleari sulla stessa base".

Un primo esperto lo vediamo intervenire sul Corriere della Sera del 31 ottobre 2025. Viene intervistato da Viviana Mazza Alexander Gray, già capo dello staff del consiglio di sicurezza della Casa Bianca durante il primo mandato di Trump.

Domanda dell'intervistatrice: "O' Brien ha scritto l'anno scorso su "Foreign Affairs" a favore del ritorno ai test nucleari ora annunciato da Trump".

Risposta di Gray: "Sono d'accordo con lui, eravamo insieme nel governo. Con la crescita dell'arsenale cinese e la crescita e modernizzazione di quello russo, gli USA stanno rimanendo indietro sul numero di testate nucleari e la loro modernizzazione. La percezione che restino indietro è molto pericolosa in termini di deterrenza, anche per gli alleati. La deterrenza è anche tecnologica: se le armi non vengono modernizzate vedremo un'ulteriore proliferazione nucleare e i nemici saranno in grado di usare questa percezione a scopo coercitivo".

Domanda dell'intervistatrice: "Parliamo di test sulle testate nucleari o sui missili che le trasportano?

Risposta di Gray: "Sulle testate nucleari. I cinesi e i russi fanno i test, i nordcoreani..."

Domanda dell'intervistatrice: "Anche i russi e i cinesi?

Risposta di Gray: "Sospettiamo da molto tempo che ci siano test sotterranei in Paesi avversari". 

Domanda dell'intervistatrice: "Cosa ci dice della minaccia di escalation legata ai test?"

Risposta di Gray: "Nulla in confronto alla minaccia di escalation, destabilizzazione e proliferazione che verrebbe dalla percezione che la deterrenza USA sta fallendo".

________________

Su "la Repubblica", del 31 ottobre 2025, Paolo Mastrolilli riporta la stessa notizia: "Trump risponde a Putin - Riavviamo i test nucleari". Nel sottotitolo si riferisce della conferma del vicepresidente Vance.

"(Il dubbio che Trump parli di test riferiti a testate oppure a vettori) sorge per almeno tre motivi. Primo, le prove sulle testate nucleari competono al dipartimento all'Energia, non al Pentagono; secondo, non converrebbero strategicamente a Washington; terzo, è possibile che il presidente avesse in mente una risposta ai recenti lanci del rivale Putin, che però riguardano sistemi a propulsione atomica, non l'esplosione delle bombe. L'alternativa, francamente preoccupante, è che invece Trump pensi davvero di essere sull'orlo di una guerra nucleare, e diffonda queste minacce in pubblico per prevenirla. (...)  Come prima cosa bisogna evidenziare degli errori...  Il Pentagono non fa i test nucleari, che competono al dipartimento all'Energia, ma quelli dei missili usati per sganciare le bombe. L'unico sito autorizzato in territorio americano è in Nevada, dove però le autorità locali hanno approvato un divieto per queste esplosioni. (...)  Confusioni a parte, è possibile che il capo della Casa Bianca volesse lanciare un messaggio politico, minacciando test di cui gli Usa non hanno in realtà bisogno per mantenere le loro armi. Il primo destinatario era Putin, affinché smetta i suoi lanci e negozi la pace in Ucraina. Il secondo Xi, affinché freni la sua corsa al riarmo. Il terzo l'Iran, la Corea del Nord o chiunque altro sogni di sviluppare l'atomica, per evitare che possa scoppiare una guerra nucleare". 

Rosalba Castelletti, sempre su  "la Repubblica", del 31 ottobre 2025 , riferisce della reazione di Mosca. "Riparte l'era dell'imprevedibilità. Non è colpa nostra"

"A Mosca nessuno dubita che la decisione di Donald Trump di riprendere i test nucleari sia una risposta ai recenti lanci delle due potenti armi russe, Burevestnik e Poseidon, e che rischi di aprire una pericolosa «era di confronto». Ma tutti nutrono perplessità su cosa Trump intendesse davvero. (...)  Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov tiene a precisare che i test russi riguardavano armi in grado di trasportare una testata nucleare, non bombe nucleari vere e proprie. «Speriamo che il presidente Trump sia stato adeguatamente informato». E'  l'errore in cui cadono i «profani», commenta dietro anonimato un fisico nucleare".


Abbiamo sul Corriere della Sera del 31 ottobre 2025 un approfondimento, curato da Paolo Valentino, sugli armamenti nucleari. Titolo: "Così si riapre l'era delle atomiche".

E' interessante tabella che viene sotto pubblicata, con i dati forniti dal SIPRI Yearbook del 2025. C'è la nota che Israele non ha mai confermato né negato il suo programma nucleare.  

Ecco quanto scrive Paolo Valentino:

"Riapre una pagina che sembrava chiusa per sempre, l'annuncio di Donald Trump sulla possibile ripresa dei test nucleari da parte degli Stati Uniti, sia pure con l'ambigua precisazione "on equal basis", cioè su base eguale a quella di altri Paesi. Parole che fanno pensare a test di sistemi d'arma con potenzialità nucleare, ma senza esplosioni. (...) L'ipotesi più probabile è che Trump abbia reagito con stizza e fastidio agli annunci di Putin sui test di nuove superarmi, che la Russia avrebbe effettuato con successo: missili da crociera con testate nucleari che possono volare all'infinito e soprattutto il Poseidon, un siluro a propulsione atomica in grado di scatenare tsunami di fronte alle coste americane. In realtà non è provato che i due sistemi siano già operativi. (...) Ma sull'annuncio di Trump pesa anche la Cina, che sta ampliando a rischio crescente il suo arsenale atomico. Secondo il Pentagono, di questo passo Pechino potrebbe avere 1.500 testate nucleari entro il 2035, cinque volte il livello attuale. Il Dragone, tuttavia, anche se non lo ha ratificato, ha fin qui rispettato il CTBT, così come hanno fatto gli USA. (...) E' chiaro che, se Trump dovesse dare seguito alle sue parole, anche Mosca e Pechino ne seguirebbero l'esempio".

Nella stessa pagina del Corriere della Sera del 31 ottobre 2025, Guido Olimpio riflette su "quanto rischiamo" a partire dallo spunto fornito dal film, di Kathrin Bigelow, "House of dynamite", distribuito da NETFLIX.

"La trama racconta di un attacco contro gli Stati Uniti, azione condotta da un nemico sconosciuto con un missile intercontinentale dotato di testata nucleare. Obiettivo l'area di Chigago. La difesa ha solo 18 minuti per parare la minaccia. (...) La ricostruzione della regista ha aperto un doppio fronte fornendo materia di discussione. Il primo riguarda la sorpresa: nel film si sostiene che gli americani non riescono a scoprire l'origine dell'ordigno, probabilmente sparato da un sommergibile. E' quasi impossibile che accada, ribattono le fonti ufficiali, in quanto la rete di sorveglianza è in grado di localizzare il pericolo. Contro-replica: è vero ma viene ipotizzato che i satelliti spia addetti a monitorare questo tipo di rischio possano essere stati accecati (da manovre cyber-ndr). (,,,) Il secondo punto è la capacità di intercettare il missile: abbiamo il 50% delle possibilità, è la tesi avanzata nella trama... (Gli specialisti che intervengono su questo aspetto) da una parte riconoscono l'efficacia delle batterie studiate per neutralizzare un intercontinentale, dall'altra ricordano che esiste sempre un margine di errore. (...) Il recente conflitto tra Israele e Iran ha rappresentato una esperienza interessante: l'ombrello IDF non ha potuto evitare che diverse testate iraniane raggiungessero basi e città. E non erano missili di ultima generazione."

Una analisi sul ritorno della Guerra fredda è effettuata da Gianluca Di Feo su "la Repubblica", del 25 ottobre 2025. "L'atomica fa gola a tanti". Nel sottotitolo si ricorda che "l'ultimo esperimento condotto dagli Stati Uniti fu nel settembre 1992 e lasciò un colossale cratere nel deserto. E' interessante il ragionamento sul Far West nucleare e la pubblicazione di un grafico sui precedenti.

"Il 23 settembre 1992 si è chiusa la storia degli esperimenti nucleari americani: il botto finale di 1.032 test che per 47 anni hanno generato funghi di fuoco radioattivo negli atolli del Pacifico e nelle lande disabitate del New Mexico, prima di scendere in profondità nelle viscere del pianeta. L'ultimo poligono del Nevada ancora lì, pronto a riprendere le lezioni di distruzione totale quando l'ordine impartito da Donald Trump diventerà realmente esecutivo. (...) (Le parole di Trump fanno eco a quelle di Putin e di XI per cui) siamo davanti a un vortice di sospetti, in cui tutti sono pronti a mettere mano alle armi temendo che l'avversario lo faccia per primo: come nei duelli del Far West, solo che al posto delle rivoltelle c'è il tasto rosso che scatena l'Apocalisse. (...)  Ai tempi della Guerra Fredda si era compreso che la sfiducia reciproca creava i pericoli maggiori: malintesi ed equivoci minacciavano di compromettere l'equilibrio del terrore che garantiva la pace. Per questo erano state create linee di comunicazione tra i vertici militari di Mosca e Washington, a partire dal celebre "telefono rosso". Oggi quelle regole sono state dimenticate e c'è una gara, finora verbale, ad evocare gli spettri di Hiroshima, smantellando l'architettura di trattati che dalla fine de gli anni Ottanta hanno ingabbiato l'incubo atomico. (...)  Trump già durante la prima amministrazione si è mostrato convinto che Mosca e Pechino avessero ripreso segretamente i test sotterranei. Lo aveva esplicitato un documento ufficiale del 2019: «La Russia li ha probabilmente realizzati nel sito di Novaya Zemlya e la Cina ha probabilmente fatto prove multiple lo scorso anno». Quel «probabilmente» era stato sufficiente a spingere la Casa Bianca a valutare nel 2020 la ripresa delle sperimentazioni. (...)  Gli scienziati non sono d'accordo e sostengono che le verifiche si realizzano con le simulazioni informatiche. Ma alla Casa Bianca oggi la scienza conta poco. E l'uomo che ambiva al Nobel per la Pace adesso rischia di riaprire la sfida più letale di tutte".

Su Il Manifesto, 25 ottobre 2025, abbiamo in prima pagina un editoriale di Francesco Strazzari che inquadra i rapporti geopolitici tra USA e Cina (il contenzioso sui dazi in primis) e "la via atomica" scelta da Trump. Titolo: "L'aspirante Nobel per la Pace propaga angoscia strategica".

Leggiamo la parte conclusiva del pezzo.

"Trump ci ha tenuto a dichiarare di aver ordinato una ripresa dei test nucleari. A pochi mesi dalla scadenza del trattato New Start, lo ha fatto con una dichiarazione social infarcita di inesattezze e imprecisioni. Gli USA non detengono il maggior numero di armi atomiche al mondo - come invece ha dichiarato. Non è vero che hanno completato un programma di modernizzazione nucleare da lui voluto.  Il processo in corso venne avviato sotto Obama e continuerà per altri vent'anni. Non è vero che «la Cina è al terzo posto, ma entro cinque anni raggiungerà gli Usa». Pechino dispone di circa 700 testate nucleari: verosimilmente entro cinque anni ne avrà più di 1.000, che comunque saranno meno di un terzo di quelle in possesso di Usa e Russia. (...)  Se per test si intendono le esplosioni di testate nucleari, non è qualcosa che si può improvvisare: il Dipartimento dell'Energia dovrebbe incaricare i laboratori nucleari, e ciò ha implicazioni di budget che il Congresso deve approvare. Un'esplosione semplice richiede 6-10 mesi di preparazioni, un test per sviluppare una nuova testata nucleare circa 60 mesi. Il tutto innescherebbe reazioni (leggi: nuovi test nucleari) da parte di Russia e Cina e probabilmente anche India e dunque Pakistan. che India e dunque Pakistan. Si dirà che Trump ha così inteso ammonire i cinesi circa il fatto che un compromesso sul commercio non significa debolezza strategica, bilanciando la diplomazia con la forza. Ma fra l'ambizione a far sfoggio del Nobel per la Pace e il ruolo di scardinatore della deterrenza e propagatore di angoscia strategica, il passo non è mai parso così breve".

Sempre su Il Manifesto, 25 ottobre 2025, abbiamo l'attacco del pezzo di cronaca sull'annuncio di Trump, la firma è di Sabato Angieri, che fa riferimento al film di Kubrick "Il Dottor Stranamore".

"Perché, insomma, lo scopo dell'ordigno 'Fine di mondo' è perduto se si tiene segreto. Perché non l'avete detto al mondo, eh?". La domanda del dottor Stranamore all'imbarazzato ambasciatore sovietico De Sadesky in una delle scene finali del film è molto poco retorica. Lo spiega lo stesso ex-scienziato nazista: «La deterrenza è l'arte di creare nell'animo dell'eventuale nemico il terrore di attaccare». Il che è valido anche per reciprocità: se il nemico, presente futuro o eventuale, prova a spaventarci, dobbiamo spaventarlo di più. LE DICHIARAZIONI di Donald Trump di ieri, poco prima di incontrare Xi Jinping e dopo i test russi degli ultimi giorni, sembrano andare proprio in questa direzione ..."


"Abolire le armi nucleari è un imperativo morale urgente"

Infine un richiamo alle Vatican News che riferiscono dell'intervento, svolto il 21 ottobre 2025, da Mons. Caccia alle Nazioni Unite, il  cui titolo è sopra riportato. Gabriele Caccia è Osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu. Nel suo intervento ha messo in guardia dall'impiego dell'intelligenza artificiale nei sistemi di comando, controllo e dispiegamento nucleare perché "introduce un livello di incertezza senza precedenti". L'invito alla comunità internazionale è di impegnarsi nella visione di una sicurezza incentrata sull'uomo.

Questo il link: https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2025-10/santa-sede-osservatore-caccia-armi-nucleari-abolizione-sicurezza.html

Le armi nucleari e l'espansione degli arsenali sono "una delle maggiori minacce alla pace e alla sicurezza internazionali". Così l'arcivescovo Gabriele Caccia, nunzio apostolico e Osservatore permanente della Santa Sede, nel suo intervento ieri, 21 ottobre, alla prima commissione dell'80.ma sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York dedicata alle armi nucleari.

Ricordando gli 80 anni dal primo test nucleare nel New Mexico e dalla devastazione causata dagli attacchi su Hiroshima e Nagasaki e pensando alle drammatiche conseguenze dei due eventi, l'arcivescovo li definisce come un monito "del potenziale catastrofico di queste armi" e un monito alla responsabilità condivisa perché tali tragedie non si ripetano più.

La pace non si costruisce con le minacce

"La pace – ha affermato monsignor Caccia - non può essere costruita sulla minaccia di una distruzione totale o sull'illusione che la stabilità possa derivare dal reciproco potenziale annientamento, perché è moralmente indifendibile e strategicamente insostenibile". L'arcivescovo denuncia una crescente minaccia dell'uso di armi nucleari e dell'espansione degli arsenali. "Tali sviluppi, spesso giustificati dalla logica errata della deterrenza, - ha proseguito il presule - rischiano di rafforzare la paura e destabilizzare ulteriormente la sicurezza internazionale".

Attenzione all'uso dell'IA

In questo contesto è preoccupante l'impiego dell'Intelligenza Artificiale nei sistemi di comando, controllo e dispiegamento nucleare: innovazioni che "riducono i tempi di decisione, diminuiscono la supervisione umana e aumentano il rischio di errori di calcolo". Inoltre genera "un livello di incertezza senza precedenti".

Si possono eliminare le armi nucleari

"La Santa Sede - aggiunge l'arcivescovo Caccia - ribadisce la sua ferma convinzione che gli sforzi volti a controllare, limitare, ridurre e infine eliminare le armi nucleari non siano una prospettiva irrealistica, ma una possibilità e un imperativo morale urgente". Da qui l'invito agli Stati a rispettare gli obblighi previsti dall'articolo VI del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP) e a negoziare per poi eliminare le loro scorte. Inoltre, la Santa Sede esorta gli Stati ad aderire al TNP e al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) e a promuovere misure come l'entrata in vigore del Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari (CTBT), la negoziazione di un trattato sui materiali fissili e il rafforzamento di solidi meccanismi di verifica e assistenza.

Proteggere sempre la vita

Denunciando l'impiego delle risorse negli armamenti mentre tanti continuano a soffrire, l'Osservatore permanente della Santa Sede parla di "una profonda sconfitta morale" perché "la vera sicurezza è nella protezione della vita, nella promozione della giustizia e nella promozione della pace, non nelle armi o negli arsenali". L'invito alla comunità internazionale è di impegnarsi a favore di "una visione della sicurezza incentrata sull'uomo, fondata sul dialogo, sulla fraternità e sul rispetto della dignità intrinseca data da Dio a ogni persona".


Mons. Ricchiuti: "Siamo sull'orlo di un precipizio, fate un passo indietro"

31 Ottobre 2025 


"Siamo sull'orlo del precipizio", avverte mons. Giovanni Ricchiuti commentando l'annuncio dato dal presidente Trump di aver dato l'avvio immediato di test di nuove armi nucleari, in risposta a quanto stanno facendo altri Paesi. Mentre il mondo si riarma, il presidente di Pax Christi Italia chiede ai leader mondiali di "ritrovare umanità e ragione per fermare la follia nucleare"

"Siamo sull'orlo di un precipizio. Sta a noi decidere se compiere un passo in avanti e cadere giù nella follia oppure fare un passo indietro. Speriamo si decida di intraprendere l'unica strada per un futuro possibile". Mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, usa queste parole per commentare l'annuncio dato dal presidente Usa Donald Trump di aver dato l'avvio immediato di test di nuove armi nucleari, in risposta a quanto stanno facendo altri Paesi. (...) Mons. Ricchiuti si sta preparando a celebrarel'80° anniversario del Movimento Pax Christi International. Per l'occasione si terrà a Firenze un incontro mondiale dal 5 al 9 novembre, sul tema "80 anni di costruzione di ponti per il futuro" che riunirà leader della Chiesa, teologi, operatori di pace e giovani attivisti da tutto il mondo, tra cui il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei.

Mons. Ricchiuti il movimento Pax Christi compie 80 anni ma le notizie che arrivano dal mondo parlano solo di armi e di guerra. Come se lo spiega?

Il mondo si sta riarmando. C'è poco da illudersi: siamo in pieno riarmo. Ogni giorno sentiamo parlare di un ritorno ad un passato, anacronistico e vecchio, che pensava di poter risolvere i conflitti con le armi nucleari. Mai avrei immaginato che gli 80 anni del Movimento Pax Christi International e i 70 anni del Movimento Pax Christi Italia, celebrati lo scorso anno, li avremmo vissuti in questo modo. Mai avremmo pensato che l'Europa, l'America e il mondo intero potessero lasciarsi nuovamente sedurre da un futuro che — come disse Papa Giovanni Paolo II — è un'avventura senza ritorno. Avevamo sognato con il Trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari, il mondo potesse imboccare una strada nuova. Invece non è così.

Devo però dire una cosa: girando su e giù per l'Italia incontro persone che in maniera sempre più convinta ritiene che la strada del riarmo è una strada sbagliata. Noto un risveglio...

Se potesse rivolgersi ai grandi leader mondiali, a coloro che oggi detengono nelle loro mani le sorti dei propri popoli, cosa direbbe?

Vorrei lanciare innanzitutto un appello di umanità. Siamo in un tempo in cui è stata destituita l'umanità stessa. Occorre ritrovare l'umanità perduta. Farei poi un appello alla ragionevolezza, perché la guerra è disumana: ci spinge fuori dalla ragione, ci rende irragionevoli. Solo attraverso un ritorno alla ragione e all'umanità possiamo sperare di fermare questa follia. Noi, nel nostro piccolo, continueremo a impegnarci con la preghiera, con il pensiero, con le manifestazioni per la pace. C'è un popolo che prega e agisce per la pace.

Ai leader politici, direi: ritornate a essere umani, ritornate a essere ragionevoli, ritornate a essere capi di Stato e di governo che nella politica esercitano la più alta forma di amore per i propri popoli. 

Il ponte tra morale e strategia: i Disarmisti esigenti

Abbiamo delle ragioni per preferire, in questo momento, l'approccio ragionato e responsabile della Santa Sede rispetto al movimentismo estremista e sloganistico. Riteniamo di avere in comune con la linea del Vaticano una certa coerenza etica che dà un minimo di credibilità nella professione di pacifismo; una volontà di contrasto rispetto a derive violentiste; ed una profondità strategica che può porre in essere proposte concrete.

La posizione della Santa Sede è chiara: la pace non può essere costruita sulla minaccia di distruzione totale. Noi diciamo: sul genocidio e l'umanicidio programmati della cosiddetta "deterrenza" ("moralmente indifendibile e strategicamente insostenibile, secondo Mons. Caccia"). Questo principio etico universale deve guidare le politiche concrete, come quelle proposte dai Disarmisti esigenti, che mirano a ridurre il rischio e creare fiducia in un percorso graduale verso la totale eliminazione, sospinto dal metodo dei passi di disarmo unilaterale ("sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato!").

Rispetto alle analisi che abbiamo visto sviluppare dalla stampa quotidiana che troviamo nelle edicole, noi intendiamo evidenziare alcuni punti, che ci sembrano trascurati.

1 - Testare un'arma nucleare è già usarla. Non si tratta di esperimenti neutri, ma di esplosioni reali, con effetti reali. Ogni test lascia dietro di sé terra contaminata, corpi malati, bambini malformati, comunità ferite. Gli ecosistemi vengono distrutti, le persone restano segnate per generazioni. Chi ha subito quei test ne porta ancora oggi le conseguenze. Ripeterli sarebbe un crimine. Un crimine contro l'umanità e contro la natura. Un crimine che nessuna ragione politica può giustificare. 

2 - I test nucleari non sono mai stati solo prove tecniche. Servivano a mostrare i muscoli, a far paura. Un linguaggio di minaccia, che ha tenuto il mondo sull'orlo del baratro. Oggi, basta un annuncio per ricordarci quanto sia fragile la sicurezza globale. Finché esisteranno le armi nucleari, esisterà anche la possibilità che vengano usate. Anche solo per "prova". E ogni prova è già una minaccia. L'unica vera sicurezza è eliminarle. Tutte. Per sempre. Nel frattempo, mantenendo i nervi saldi possiamo andare da una situazione di rischio totale a una di rischio più contenuto. Limitare la possibilità di guerra nucleare per errore.

3- Dobbiamo capire che il mondo è di nuovo sull'orlo del baratro.  Missili, esercitazioni, dichiarazioni aggressive: ogni gesto sembra fatto per intimidire. La Corea del Nord annuncia nuovi test. La NATO simula l'uso di armi nucleari. La Russia mostra la forza dei suoi missili. Gli Stati Uniti testano la loro "triade" nucleare. E in mezzo a tutto questo, parole che evocano guerra, non pace. Parole che smentiscono le promesse di disarmo. Parole che rischiano di riaccendere la corsa agli armamenti e cancellare anni di diplomazia. Non è solo una questione militare. È una questione umana. Finché esisteranno le armi nucleari, esisterà anche la possibilità che vengano usate. L'Italia non può restare a guardare. Ha il dovere di parlare, di agire, di scegliere la pace. Nelle sedi internazionali, deve farsi voce di una volontà chiara: dire basta alla minaccia nucleare.

___________________

Rispetto alle proposte, ne avanziamo tre principali, con l'occhio rivolto - lo ripetiamo - alle esigenze poste dall'intervento del Nunzio Caccia all'ONU.

1. Proibizione delle armi nucleari (ICAN-TPNW) e Non Primo Uso (NFU)

2. Helsinki 2: la sicurezza come fraternità

3. Zona libera da armi nucleari in Medio Oriente (NFZ-MENA)

E ribadiamo quanto affermato in premessa: stiamo scegliendo, in sintonia con le linea attuale della Santa Sede, il metodo della costruzione rispetto al metodo della distruzione. Intendiamo offrire un fondamento etico universale (la nostra identità di "cittadini del mondo" radicata nella "terrestrità") e, contemporaneamente, una strategia politica pragmatica per la pace, elementi che sono tragicamente assenti nella retorica della demonizzazione e della demolizione totale tipica dello sloganismo estremista.

Noi rifiutiamo l'antagonismo senza sbocchi (BLOCCHIAMO TUTTO!) per profondità etica e logica.  Cogliere la priorità della denuclearizzazione e saper definire la deterrenza come "moralmente indifendibile e strategicamente insostenibile" è un atto di lucidità analitica e di coerenza etica che lo sloganismo estremista non può eguagliare.  

L'approccio estremista, che si concentra su contraddizioni secondarie, non  a caso spesso scivola nella giustificazione della violenza indiscriminata (minimizzando, ad esempio, i crimini di Hamas come il 7 ottobre), o addirittura nella richiesta della cancellazione di uno Stato. Questo è l'esatto opposto della "pace possibile" che noi cerchiamo con la "bellezza dei compromessi"; e del principio di "sicurezza incentrata sull'uomo" e della "fraternità" promossi dalla Santa Sede. 

I Disarmisti Esigenti (con TPNW, NFU, Helsinki 2, NFZ-MENA) traducono l'imperativo morale in passi politici concreti, negoziabili e reversibili che mirano a ridurre il rischio e creare fiducia. Questa è una strategia fattibile che offre un percorso concreto per il futuro.

Lo sloganismo estremista, invece, tende a focalizzarsi solo sulla denuncia distruttiva e, in particolare dal versante della guerra mediorientale, quello su cui oggi ha sviluppato un "trip", sulla richiesta utopica del disconoscimento totale di una entità statale formata dalla Storia. Come si può notare, questo approccio ignora la necessità di trovare interlocutori rappresentativi e dialoganti su entrambe le parti (come Barghouti o l'opposizione israeliana), rendendo la pace impossibile. 

La nostra posizione, come oggi quella vaticana, è intrinsecamente basata sul dialogo e sulla ricerca di una sicurezza collettiva (Helsinki 2). Questo approccio è inclusivo e mira a costruire ponti. I riferimenti violenti odierni di un movimento che si proclama a volte nonviolento (si pensi alle varie "flottille") si caratterizza invece per l'intolleranza e l'esclusione, zittendo chiunque proponga un compromesso o un dialogo (i "due popoli, due Stati").

In conclusione: non si agisce in modo nonviolento e si costruiscono ponti con i mattoni della paura e del rinfacciamento della violenza, ma con i materiali del dialogo e della comprensione. Il dialogo è la sola via percorribile per la pace. 

____________________

1. Proibizione delle armi nucleari (ICAN-TPNW) e Non Primo Uso (NFU)

La Santa Sede chiede agli Stati di aderire al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW). In attesa che gli Stati Nucleari (NWS) aderiscano, la misura più forte di de-escalation che supporta l'imperativo morale è l'adozione unilaterale o concordata della politica del Non Primo Uso (NFU)

Il Nunzio Caccia denuncia che l'uso dell'Intelligenza Artificiale (IA) nei sistemi nucleari genera "un livello di incertezza senza precedenti" e riduce la supervisione umana. Il NFU è una misura pragmatica e reversibile che affronta direttamente questo rischio: eliminando la dottrina del primo attacco, si allungano i tempi di decisione e si reintroduce il controllo umano prima di qualsiasi dispiegamento in uno scenario di crisi, rendendo la minaccia meno impulsiva e accidentale.

2. Helsinki 2: la sicurezza come fraternità

L'appello della Santa Sede a una "visione della sicurezza incentrata sull'uomo, fondata sul dialogo, sulla fraternità" non può essere realizzato attraverso le strutture di sicurezza militari esistenti (es. NATO/Russia/Cina). Vi è la necessità di un Nuovo Contesto: Helsinki 2 (che prende spunto dalla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa del 1975) propone la creazione di un quadro di sicurezza globale, inclusivo e multilaterale, che superi la logica dei blocchi militari. Questo quadro si basa sulla cooperazione, la trasparenza e la risoluzione pacifica delle controversie, riflettendo esattamente i principi di dialogo e fraternità promossi dalla Santa Sede in opposizione alla "logica errata della deterrenza".

3. Zona libera da armi nucleari in Medio Oriente (NFZ-MENA)

L'appello per l'eliminazione delle armi nucleari è indebolito se si ignora il rischio di proliferazione regionale in contesti di alta tensione. La NFZ-MENA è una proposta storica prevista fin dal 1995 nell'ambito del Trattato di Non Proliferazione (TNP), al cui Articolo VI la Santa Sede esorta gli Stati a rispettare. La sua attuazione è l'azione più decisa per impedire l'espansione degli arsenali in una regione critica. Denunciando la spesa per gli armamenti come "profonda sconfitta morale", la creazione di una NFZ-MENA reindirizzerebbe le risorse e le priorità politiche della regione verso la protezione della vita e la promozione della giustizia, in piena sintonia con la visione di una sicurezza non militare della Chiesa.

"Il mondo soffre perché manca di pensiero, di libertà e di giustizia; e manca di queste cose perché non osa agire. Per agire bene, bisogna agire adesso, agire insieme."

Papa Paolo VI


Share
Crea il tuo sito web gratis! Questo sito è stato creato con Webnode. Crea il tuo sito gratuito oggi stesso! Inizia