Rilanciamo il Comitato per Barghouti libero partner di pace!

18.08.2025

https://obiezioneallaguerra.webnode.it/l/rilanciamobarghoutilibero/

RILANCIAMO IL COMITATO PER BARGHOUTI LIBERO, PARTNER DI PACE!

Consultazione online mercoledì 27 agosto 2025.
Nell'ambito del tema più ampio: il Sud del mondo può creare un nuovo ordine giuridico mondiale (l'ONU multilateralistica fondata sulla forza del diritto e dei diritti) se comincia ad applicare a sé stesso il cambiamento che vuole vedere realizzato.
Incontro Zoom Sunday August 27, 17:45 - 19:45
https://us06web.zoom.us/j/86999206762?pwd=S5vhU6e7ca1nwwiyXGH1zUVII3h2KK.1 
-----ID riunione: 869 9920 6762Codice d'accesso: 220761

(In appendice: 

1) L'appello originario per il Comitato su Barghouti libero, sottoscrivibile online su www.petizioni24.com

2) l'articolo di Matteo Nucci, pubblicato su il Manifesto del 17 agosto 2025, dal titolo: "La hybris di Ben Gvir e la dignità vincente di Barghouti". 

3) Segnalazione della Campagna: "Una foto con il leader Barghouti, un milione di messaggi in libertà"

4) La richiesta al Comune di Palermo: si muova per chiedere la liberazione del cittadino onorario Bargouthi  

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Si possono scaricare due documenti: 


a) Qui sopra una nuova campagna distinta dalla liberazione di tutti i prigionieri palestinesi. (Ovviamente noi aderiamo anche alla campagna "storica" nata nel 2013 e la supportiamo. Ma sottolineiamo che pensiamo a uno scopo nuovo e a una funzione diversa)

Il rapporto fornisce un quadro strategico e operativo dettagliato per la proposta di rilancio del Comitato «Marwan Barghouti libero!». L'analisi si concentra sulla distinzione fondamentale tra questa nuova iniziativa e la precedente campagna, evidenziando come il successo dipenda da una specifica, generativa e altamente strategica applicazione della cosiddetta "nonviolenza poietica". L'obiettivo non è semplicemente la liberazione di un prigioniero, ma la trasformazione del conflitto attraverso la creazione di un partner credibile per la pace. Il rapporto analizza le complesse percezioni di Barghouti, la leva strategica offerta dal movimento delle famiglie degli ostaggi israeliani e i precedenti storici del rilascio di prigionieri politici, come nel caso di Nelson Mandela. Vengono fornite linee guida operative e un piano d'azione dettagliato, che copre lo sviluppo narrativo, il coinvolgimento degli stakeholder e la mitigazione dei rischi. La sfida principale consiste nell'allineare l'urgenza umanitaria delle famiglie degli ostaggi con l'obiettivo politico a lungo termine di una soluzione a due Stati, un processo che richiede un approccio comunicativo e operativo maieutico e di estrema sensibilità.


 

b) Qui sopra il metodo Trascend per favorire mediazione e riconciliazione

La comprensione della pace non può più limitarsi alla mera assenza di violenza. L'analisi dei conflitti contemporanei richiede un approccio che superi la concezione statica della "pace negativa" per abbracciare un modello dinamico e proattivo di "pace positiva." Questa visione, promossa in modo pionieristico dal sociologo norvegese Johan Galtung, definisce la pace come un processo di trasformazione costante, in cui il conflitto non è un'anomalia da eliminare, ma una forza potenziale da gestire in modo creativo e nonviolento.1 Il presente report si propone di esplorare questa prospettiva, analizzando tre elementi interconnessi: il ruolo del mediatore, una critica alle ambiguità di un pacifismo "schierato" e il legame intrinseco di queste idee con il quadro teorico di Galtung, in particolare il suo concetto di "trascendenza del conflitto." L'analisi mira a dimostrare che l'empatia pragmatica del mediatore e la critica del pacifismo ideologico sono manifestazioni pratiche che trovano piena coerenza e spiegazione nel sistema concettuale di Galtung.


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Il soprannome di "Mandela palestinese" per Marwan Barghouti deriva sia dalla sua lunga detenzione, sia dalla sua capacità di unire diverse fazioni politiche, qualità che molti ritengono cruciali per negoziare un compromesso con Israele e guidare i palestinesi verso uno Stato indipendente in modo effettivo e con il minor spargimento di sangue possibile.

Barghouti è noto per aver sostenuto la soluzione a due Stati sin da prima della sua incarcerazione nel 2002. Ha partecipato al processo di pace di Oslo negli anni '90.

Anche dal carcere, ha co-firmato il "Documento dei prigionieri" del 2006, un testo unificante sottoscritto da diverse fazioni palestinesi, che ribadiva il sostegno per uno Stato palestinese sui territori occupati nel 1967, con capitale a Gerusalemme Est. Questo documento è visto come un'espressione del consenso palestinese su una via politica che include la soluzione a due Stati.

Sebbene non siamo a conoscenza di sue recenti dichiarazioni pubbliche esplicite, la sua posizione è stata più volte menzionata in articoli e analisi recenti, che lo indicano ancora come un proponente della soluzione a due Stati e di una riforma democratica.

Come Mandela, Barghouti non è un nonviolento in senso ideologicamente e culturalmente proprio. Va notato che, sebbene sostenga la soluzione a due Stati, ha anche appoggiato la resistenza armata contro l'occupazione, pur opponendosi all'uccisione di civili. La sua posizione è quindi complessa e riflette la frustrazione palestinese per la mancanza di progressi nella loro causa nazionale.

Diversi sondaggi recenti e storici indicano che Marwan Barghouti è il leader palestinese più popolare e che in un'ipotetica elezione presidenziale, supererebbe sia i candidati di Hamas che il leader dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas.

Ecco i punti chiave emersi da varie indagini d'opinione, in particolare quelle del Palestinian Center for Policy and Survey Research (PCPSR), uno dei principali istituti che monitora l'opinione pubblica in Cisgiordania e a Gaza:

Marwan Barghouti come leader più popolare: Barghouti, detenuto da Israele, mantiene una popolarità costante e alta tra i palestinesi in entrambi i territori. La sua figura è vista come un'alternativa forte e unificante, capace di raccogliere consensi sia da Fatah che, in parte, dai sostenitori di Hamas. Viene spesso preferito a causa della sua storia di resistenza e della sua distanza dall'attuale leadership corrotta e debole.

Superiorità su Hamas: I sondaggi mostrano che in un confronto diretto per la presidenza, Barghouti otterrebbe un sostegno superiore a quello di qualsiasi candidato di Hamas. Il sostegno per Hamas, sebbene ancora significativo, ha mostrato delle flessioni in alcuni sondaggi recenti, soprattutto a Gaza, a causa delle devastazioni della guerra e della percezione di una gestione fallimentare.

Superiorità su Mahmoud Abbas: Il sostegno a Mahmoud Abbas, l'attuale presidente, è estremamente basso. I sondaggi indicano una diffusa insoddisfazione per la sua leadership, con una stragrande maggioranza di palestinesi che ne chiede le dimissioni. In un confronto con Barghouti, Abbas risulterebbe sconfitto con un ampio margine.

Scenario post-7 ottobre: Dopo l'attacco del 7 ottobre 2023, la popolarità di Hamas ha inizialmente avuto un picco, ma le rilevazioni successive hanno mostrato un calo del sostegno, specialmente a Gaza, dove le conseguenze del conflitto sono più sentite. Nonostante ciò, la leadership di Barghouti rimane un punto fermo nella preferenza dei palestinesi che cercano un'alternativa sia all'Autorità Palestinese che ad Hamas.

E' noto che noi abbiamo avanzato la proposta di un Comitato per Barghouti libero (si vada su https://www.petizioni24.com/barghouti_libero ), con molte importanti adesioni all'inizio, ma che ha trovato uno stop probabilmente dettato, consciamente o inconsciamente, da una subalternità di fatto ad Hamas.

L'asino casca su questo punto: l'"unità palestinese a tutti i costi" fa mettere tra parentesi che questa organizzazione (più di fondamentalismo islamico che di nazionalismo palestinese) funziona da pedina geopolitica per potenze straniere. Per non parlare del decisivo appoggio finanziario documentato alla sua nascita (e al suo sviluppo) proprio da parte di Netanyahu!

L'idea che la liberazione di Marwan Barghouti possa avere un impatto diverso e potenzialmente più accettabile per una parte dell'opinione pubblica israeliana, in particolare quella legata al movimento delle famiglie degli ostaggi, ha però una logica che vanta consistenti punti a favore.

Analizziamo i vari aspetti di questa ipotesi:

1. Il contesto del movimento degli ostaggi:

Il movimento delle famiglie degli ostaggi è focalizzato sulla priorità assoluta di riportare a casa i loro cari, indipendentemente dal costo. Questo li ha portati a una contrapposizione sempre più forte con il governo di Benjamin Netanyahu, accusato di far prevalere considerazioni politiche a scapito della vita degli ostaggi.

Il loro slogan "Hostages first" (Prima gli ostaggi) ha trovato eco in una parte significativa della società israeliana, stanca della guerra e desiderosa di una soluzione. Questo movimento ha già spinto per accordi di scambio di prigionieri, anche a fronte di un prezzo molto alto, come dimostrato in scambi passati.

Il loro obiettivo non è solo la liberazione, ma anche la fine di una guerra che non porta a risultati chiari, specialmente in termini di sicurezza a lungo termine. Questa posizione è in linea con chi critica l'attuale strategia di occupazione di Gaza.

2. La figura di Marwan Barghouti nell'opinione pubblica israeliana:

Il lato "terrorista": Per la maggioranza degli israeliani, Marwan Barghouti non è il "Mandela palestinese", ma un leader che ha partecipato attivamente all'organizzazione di attacchi mortali contro civili israeliani durante la Seconda Intifada. È stato condannato per omicidio e considerato un "terrorista con il sangue sulle mani". La sua liberazione, pertanto, è vista con estrema opposizione e rabbia, soprattutto da parte dell'ala destra e della popolazione più colpita dagli attacchi.

Il lato "pragmatico": Tuttavia, c'è una minoranza, che include figure di spicco dell'establishment della sicurezza e della politica, che vede in Barghouti un potenziale partner per la pace. Questa visione si basa sul fatto che:

È un leader laico di Fatah, non di Hamas.

È un sostenitore storico della soluzione a due Stati.

La sua detenzione ventennale lo ha tenuto lontano dalla corruzione che ha afflitto l'Autorità Palestinese.

La sua popolarità tra i palestinesi potrebbe conferirgli la legittimità necessaria per negoziare un accordo di pace e guidare un governo unificato e stabile, qualcosa che l'attuale leadership palestinese non è in grado di fare. La sua liberazione non sarebbe vista come una vittoria di Hamas, ma come un passo verso una potenziale soluzione politica.

3. La nostra ipotesi: un possibile punto di convergenza

L'ipotesi che la richiesta di liberare Barghouti possa trovare consenso nel movimento degli ostaggi ha una forte base logica:

Un'alternativa a Hamas: Le famiglie degli ostaggi e il movimento di protesta non vogliono solo liberare i loro cari, ma anche evitare che futuri scambi rafforzino Hamas. Liberare Barghouti, una figura di spicco di Fatah e antagonista politico di Hamas, potrebbe essere presentato come un modo per indebolire Hamas e contemporaneamente ottenere la liberazione degli ostaggi.

Un segnale di pace: Per coloro che cercano la fine della guerra e il ritorno alla sicurezza, la liberazione di Barghouti potrebbe essere vista come un atto audace che apre la strada a una vera soluzione politica. Potrebbe essere percepita come un'opportunità unica per creare un'alternativa di governo a Gaza e nella Cisgiordania post-bellica, che non sia né Hamas né un'occupazione israeliana permanente.

Considerazioni e ostacoli:

Nessun accordo di scambio di prigionieri è facile: La liberazione di Barghouti in cambio di ostaggi israeliani è stata proposta persino da Hamas, ma il governo israeliano, in particolare i ministri di estrema destra come Itamar Ben-Gvir, si sono opposti strenuamente. Ben-Gvir ha addirittura pubblicato un video in cui minaccia e umilia Barghouti in prigione, dimostrando l'opposizione viscerale di una parte del governo israeliano alla sua liberazione.

Rischi politici per Netanyahu: Un accordo che includa Barghouti potrebbe far crollare la fragile coalizione di governo di Netanyahu, che dipende dal sostegno dei partiti di estrema destra contrari a qualsiasi concessione ai palestinesi, men che meno a un leader considerato un "terrorista".

Il trauma collettivo: L'opinione pubblica israeliana, profondamente segnata dal 7 ottobre e dall'ondata di violenza della Seconda Intifada (durante la quale Barghouti era attivo), è estremamente sensibile a qualsiasi rilascio di prigionieri condannati per crimini di sangue. Superare questo trauma richiederà una retorica e un'azione politica molto delicate.

In conclusione, la nostra intuizione è forse corretta, ma si tratta pur sempre di impegnarsi, sull'esempio di quelli che faceva Gandhi, in un rischioso "esperimento con la Verità". Sebbene l'idea sia estremamente controversa e politicamente esplosiva, c'è un potenziale, seppur limitato, per la richiesta di liberazione di Barghouti di trovare un'eco diversa e un certo consenso tra il movimento di protesta israeliano. Se le famiglie degli ostaggi dovessero includere esplicitamente la sua liberazione nelle loro richieste, ciò rappresenterebbe una svolta significativa, trasformando la sua liberazione da una semplice concessione a una richiesta di pace e di cambiamento politico a lungo termine. Sarebbe un'operazione che richiederebbe un'enorme audacia politica e la volontà di sfidare lo status quo, ma potrebbe offrire una potenziale via d'uscita dall'attuale vicolo cieco.

L'idea di unire la richiesta di liberazione di un prigioniero politico come Barghouti con le istanze di un movimento di protesta israeliano così visibile e potente come quello delle famiglie degli ostaggi, rappresenta una potenziale via d'uscita creativa e non violenta dall'attuale stallo.

Un'iniziativa del genere, se portata avanti dai movimenti nonviolenti in collaborazione con la rete internazionale War Resisters' International (WRI), o con altri movimenti internazionali come IFOR e PAX CHRISTI, potrebbe avere un impatto significativo.

Ecco una disamina degli aspetti chiave e dei possibili passaggi:

1. Il Ruolo dei Disarmisti esigenti e della WRI:

Connessione internazionale: I Disarmisti esigenti, tramite la LOC, tra gli affiliati italiani della WRI, hanno già una certa credibilità nel campo della nonviolenza e del pacifismo. Questa affiliazione fornisce una base solida per un'iniziativa internazionale.

Competenza e principi: I Disarmisti esigenti con i principi di opposizione integrale alle guerre, alle tecnologie della potenza, nucleare in primis, e all'utilizzo della violenza, sono perfettamente posizionato per promuovere una soluzione che non rafforzi l'uso della forza. La proposta di Barghouti si allinea con l'obiettivo di trovare una via politica e non militare alla crisi.

Capacità di dialogo: Le organizzazioni pacifiste hanno una lunga storia di dialogo con controparti in aree di conflitto. Questo è un "patrimonio" fondamentale per poter interloquire con le famiglie degli ostaggi israeliani e i movimenti pacifisti palestinesi.

2. Le Organizzazioni da Contattare:

È essenziale identificare e avvicinare i giusti attori in Israele e Palestina. Alcuni dei gruppi più rilevanti includono:

In Israele:

"Combatants for Peace" (Lottatori per la Pace): Questo gruppo binazionale di ex-combattenti israeliani e palestinesi che hanno abbracciato la nonviolenza è un partner naturale. La loro esperienza e la loro credibilità, derivante dal fatto che molti dei loro membri hanno combattuto e subìto le conseguenze del conflitto, li rendono interlocutori unici e potenti.

"Standing Together": Un movimento di base che unisce ebrei israeliani e arabi israeliani per la pace, l'uguaglianza e la giustizia sociale. Il loro approccio pragmatico e la loro capacità di mobilitare ampi settori della società li rendono un alleato cruciale.

"Women Wage Peace": Un movimento di donne israeliane, spesso alleate con gruppi di donne palestinesi, che lavora per una soluzione politica al conflitto.

Il movimento delle famiglie degli ostaggi: Questo è il target principale. L'approccio deve essere delicato e rispettoso, focalizzato sull'obiettivo condiviso di porre fine alla guerra e di riportare a casa gli ostaggi, presentando la liberazione di Barghouti non come una concessione al terrorismo, ma come una mossa strategica per la pace che crea una leadership palestinese credibile e un partner negoziale.

In Palestina:

"Popular Struggle Coordination Committee": Questo comitato coordina la resistenza popolare nonviolenta in Cisgiordania contro il Muro e gli insediamenti. Hanno una lunga storia di disobbedienza civile e possono fungere da ponte verso la popolazione palestinese.

"Youth of Sumud": Un'organizzazione di giovani palestinesi che promuove la resistenza nonviolenta e la "sumud" (fermezza) di fronte all'occupazione.

"Parents Circle - Families Forum": Un'organizzazione di famiglie in lutto, sia palestinesi che israeliane, che hanno perso i propri cari nel conflitto e che lavorano insieme per la riconciliazione e la pace.

3. La proposta di un Gruppo di Lavoro in Italia:

Un gruppo di lavoro dedicato in Italia, da noi promosso, potrebbe:

Sviluppare la proposta: Elaborare una strategia di comunicazione chiara e convincente che colleghi la liberazione di Barghouti alla sicurezza a lungo termine di Israele e alla fine dell'occupazione di Gaza. La narrazione non deve essere "liberiamo un terrorista", ma "liberiamo il futuro partner per la pace".

Creare materiali informativi: Redigere documenti, analisi, articoli che spieghino la posizione di Barghouti e la sua rilevanza nel contesto attuale.

Costruire alleanze: Stabilire contatti formali con le organizzazioni pacifiste israeliane e palestinesi per unire le forze e presentare una richiesta congiunta e coordinata.

Organizzare incontri e iniziative pubbliche: Organizzare conferenze, webinar o incontri per sensibilizzare l'opinione pubblica in Italia e in Europa, portando le testimonianze dei gruppi con cui si collabora.

Sostenere il dialogo: Facilitare e sostenere il dialogo tra il movimento degli ostaggi israeliani e i movimenti di base palestinesi.

In sintesi, la proposta strategicamente audace può diventare fattibile. È un'iniziativa che va oltre la semplice protesta, puntando a una soluzione politica concreta. La chiave del successo risiederà nella capacità del gruppo di lavoro di costruire una coalizione di attori con obiettivi diversi ma che possono convergere su un'azione comune. L'approccio deve essere basato sul dialogo, sulla fiducia reciproca e sulla capacità di presentare la liberazione di Barghouti non come la fine di un percorso, ma come l'inizio di una potenziale via d'uscita dalla spirale di violenza.

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PACIFISTI DA "PRIMA L'UMANITA', PRIMA LE PERSONE, PRIMA LA TERRA"!

Precisazione metodologica. Che qui anticipiamo e che estendiamo in una pagina web apposita.

Quando si avanzano questo tipo di proposte, vale a dire LIBERIAMO IL MANDELA PALESTINESE!, è molto importante avere chiara la collocazione da cui si fanno. Il punto di vista non è quello del prigioniero o dei suoi parenti (mogli, figli...) che ovviamente non possono che, da questa posizione, chiedere una scarcerazione insieme a tutti gli altri detenuti palestinesi, anche per evitare l'accusa di voler approfittare di una condizione di notorietà privilegiata. E' un punto di vista che, nei suoi limiti, ovviamente capiamo e sosteniamo. Ma noi pensiamo che sia opportuno fare scendere in campo anche un altro approccio rispetto a quello classico dei diritti umani da applicare. Ci riferiamo al punto di vista del movimento internazionale per la pace, formato da "cittadini del mondo" che si propongono come mediatori si spera credibili nei conflitti locali. Il mediatore non deve essere schierato con una parte, ma apparire "equidistante", o meglio "equivicino". Quindi la domanda da farsi è: cosa può portare avanti condizioni che concretamente favoriscano dialogo e riconciliazione, secondo la strategia di "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici"? Il pericolo di certo pacifismo, specie quello dominato dall'ideologia terzomondista, è l'immedesimazione con delega. Ci si pone solo come membri di supporto della famiglia umana particolare con la quale ci si identifica e che viene spesso individuata come rappresentante simbolica universale della "giustizia" contro "l'oppressione". L'abitudine è quella della lotta particolare cui si attribuisce valore e spesso valenza universale. Alla fin fine, si tratta di un approccio fuorviante e deresponsabilizzante. Ripetiamolo a scanso di equivoci: un mediatore credibile non può schierarsi apertamente con una parte, sia pure la più debole e svantaggiata, ma deve cercare, da "trascenditore del conflitto", di facilitare un dialogo basato sulla fiducia reciproca e sulla comprensione. L'obiettivo non è semplicemente la liberazione di uno o più detenuti della parte ritenuta oppressa, o più oppressa, ma la costruzione di un terreno comune generale che possa portare a una pace duratura. L'identificarsi troppo con una parte in conflitto, da una posizione oltretutto che non è quella della propria realtà sociale, e che quindi suona fuori posto, può ostacolare il dialogo invece di facilitarlo. Quando una parte viene, per definizione, elevata a simbolo universale di "giustizia" e l'altra a quello di "oppressione", il divario si allarga, e la possibilità di riconciliazione si allontana. E difatti, in questa dinamica, non verrebbe capito il monito di Gandhi: "Bisogna rendersi degni della propria indipendenza". Invece di sostenere una parte contro l'altra, il ruolo di un movimento per la pace globale dovrebbe essere quello di lavorare per creare un ambiente in cui le persone e i gruppi, soprattutto quelle in conflitto, possano riconoscersi reciprocamente come esseri umani. Si tratta di un processo complesso che richiede pazienza, empatia e una grande dose di pragmatismo "poietico". L'obiettivo non è vincere una battaglia morale, ma trasformare i "gruppi umani nemici in gruppi umani amici", nel percorso verso la pace che deve essere quella "POSSIBILE", non quella astrattamente "GIUSTA".  

Queste considerazioni appena esposte vogliamo sottolineare che sono in grande sintonia con le teorie di Johan Galtung, uno dei padri fondatori degli studi sulla pace e sulla risoluzione dei conflitti. Il ragionamento sulla necessità di un mediatore che sia "equivicino" e non schierato con una parte riflette il concetto di trascendenza del conflitto di Galtung. Per lui, l'obiettivo non è risolvere un conflitto "vincendo" o "perdendo", né con un compromesso che lascia insoddisfatti entrambi, ma trascendere il conflitto, ovvero andare oltre le posizioni iniziali e trovare una soluzione creativa che soddisfi le esigenze profonde di tutte le parti coinvolte. Non si tratta di scegliere tra la "pace astrattamente giusta", e - a dire il vero -  neanche solo quella "possibile", ma di creare una pace che sia al tempo stesso giusta e realizzabile, attraverso un processo che trasformi le relazioni.  

Vediamo i punti in comune del nostro ragionamento con il pensiero di Galtung

  1. La critica al pacifismo schierato: Galtung ha sempre messo in guardia contro il rischio di identificarsi troppo con una singola parte. Sostenere una parte, anche se considerata la più debole, non porta necessariamente alla pace. Anzi, può alimentare un ciclo di violenza e vendetta, impedendo la comunicazione e la comprensione tra le parti. La riflessione su come questo approccio sia "deresponsabilizzante" e "fuorviante" è un punto chiave del suo pensiero.

  2. Il ruolo del mediatore come "trascenditore": Il mediatore ideale, per Galtung, non è una figura neutrale che si limita a facilitare un accordo, ma un catalizzatore che aiuta le parti a ripensare la situazione. Il concetto di "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici" si lega direttamente alla idea di pace positiva, che non è solo assenza di guerra (pace negativa), ma un processo continuo di cooperazione, integrazione e risoluzione creativa dei problemi.

  3. L'importanza di una prospettiva olistica: Galtung ha sempre sottolineato che i conflitti non sono solo scontri di interessi, ma sono legati a strutture sociali, culturali e politiche. Affrontare solo la violenza diretta (la "liberazione di uno o più prigionieri") senza affrontare la violenza strutturale (le cause profonde del conflitto) è un approccio incompleto. La critica al pacifismo "terzomondista" che si concentra su una "lotta particolare" senza considerare il quadro generale, si allinea perfettamente con questa visione.

  4. La pace come processo "poietico": Crediamo di avere usato un termine molto calzante: "pragmatismo poietico". Galtung vede la pace come un atto creativo, una costruzione attiva. Non è un dato di fatto o il risultato di una formula predefinita, ma qualcosa che va costantemente creato e ricreato attraverso il dialogo, la comprensione e l'empatia.

Per dirla tutta, il nonviolento persuaso non è chi combatte la stessa "guerra" o "conflitto" del violento, solo senza usare armi; soprattutto se non fa esistenzialmente parte della comunità direttamente in causa, egli segue un altra logica rispetto a quella di chi vuole attribuire a sé, possibilmente, tutte le ragioni e all'altro, possibilmente, tutti i torti; l'impegno è invece quello di favorire un terreno comune basato sulla dignità e il riconoscimento reciproco. L'obiettivo è una pace che sia possibile e sostenibile: quindi, alla fine, risulterà la più "giusta"! 

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Appendice 1

L'APPELLO ORIGINARIO PER BARGHOUTI LIBERO SU WWW.PETIZIONI24.COM

Documento dei Disarmisti Esigenti & partners

rif. Alfonso Navarra (cell. 340-0736871) ed Ennio Cabiddu (cell. 366-6535384) - Milano 11 novembre 2023

Primi firmatari: Maria Carla Biavati - Ginevra Bompiani - Daniele Barbi - Giovanna Cifoletti - Ada Donno - Alessandro Capuzzo - Mario Di Padova - Cosimo Forleo -Sandro De Toni - Luigi Mosca - Roberto Morea - Roberto Musacchio - Teresa Lapis - Enrica Lomazzi - Paola Mancinelli - Antonella Nappi - Francesco Lo Cascio - Tiziano Cardosi - Angelo Cifatte - Paolo Grillo - Vittorio Pallotti - Tommaso Sodano - Elio Pagani - Olivier Turquet- Guido Viale

Ecco LA VERSIONE SINTETICA dell'appello

Marwan Barghouti, nato a Ramallah nel 1959, è chiamato il Nelson Mandela palestinese: tra i leader della Prima (1987) e della Seconda Infifada (2000) è stato varie volte nelle prigioni israeliane - la prima volta 18enne nel 1976 - ed è ormai consecutivamente detenuto da oltre 20 anni.
Così definisce sé stesso: "Sono un normale uomo della strada palestinese, che sostiene la causa che ogni oppresso difende: il diritto di difendermi in assenza di ogni altro aiuto che possa venirmi da altre parti". Nel 2004 un tribunale israeliano, lo ha condannato a cinque ergastoli per omicidi e attentati, ma lui si è sempre dichiarato innocente dei capi d'imputazione che gli sono stati elevati contro.
Non c'è ragione per non credergli, ed Amnesty gli crede.

Dal nostro punto di vista interessato a spegnere un conflitto che può incendiare il mondo, è decisivo prendere nota che, se si candidasse alle elezioni presidenziali per la Palestina, sondaggi credibili lo danno per vincente nella stessa Striscia di Gaza, oltre che nella Cisgiordania amministrata dall'OLP.

Stiamo parlando di un leader amato e rispettato dai palestinesi, come appunto lo era Nelson Mandela dai sudafricani.
Non un pacifista identitario (neanche Mandela con l'ANC lo era) ma una persona sicuramente non fanatica, non accecata dall'odio, non votata all'occhio per occhio, che rende cieco il mondo. Insomma, non tra i fondamentalisti invasati, che dall'una e dall'altra parte del conflitto, si sia nella posizione del gruppo umano dominante o meno, sono i peggiori nemici dei popoli che pretendono di rappresentare.

Già, nel 2007, gli era stata promessa la grazia da parte di Shimon Perez, ora riteniamo che questa promessa di liberazione vada rispettata.

(Ovviamente in termini di provvedimenti giuridici efficaci ed adeguati alla realtà politico istituzionale locale, che non siamo certamente in grado di individuare nella loro forma precisa dalla nostra posizione particolare nel conflitto sul campo).

Chiediamo che Israele, con le sue istituzioni, compia un atto intelligente che contribuirà a togliere la parola alle armi e a svuotare i giacimenti di odio razzista in perenne coltivazione.
Diamo la possibilità ai palestinesi di votare, insieme ad altri, un leader che possa guidarli al dialogo e alla pace possibile.
Così, con gli abissi di orrore e di terrore cui stiamo assistendo, non si può andare avanti, è ora di una svolta concreta per fare finire le ostilità nella regione!

Le armi devono tacere e la parola deve essere riconsegnata a una politica che sappia dialogare grazie a leader ragionevoli e disponibili a mettersi a discutere intorno a un tavolo.

La guerra deve essere espulsa dalla Storia ed è sempre una sconfitta per tutti. Nel mondo diventato villaggio globale non esistono più guerre "giuste", se mai ve ne fossero state in passato.
Per questa sacrosanta causa della pace noi sottoscritte/i, da europei coinvolti, in quanto donne e uomini "pacifici", ed in facile condizione di dimostrarlo, non indifferenti e non rassegnati alla barbara spirale dell'odio, vogliamo Barghouti libero, esigiamo che Israele lo liberi, aprendo le porte ad un futuro di speranza.
E ci impegniamo, responsabilmente e guidati dall'intelligenza strategica, a costituire un comitato che persegua con determinazione lo scopo, anche collaborando con le realtà che da anni sono impegnate nella lotta nonviolenta sul terreno locale.


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Appendice 2 - Articolo di Matteo Nucci su Il MANIFESTO, 17 agosto 2025

La hybris di Ben Gvir e la dignità vincente di Barghouti

Arma infame Il caso della "visita" di Ben Gvir a Marwan Barghouti, ripresa in un breve video che in questi giorni ha fatto il giro del mondo

I greci la chiamavano hybris e la ritenevano inserita in un inappellabile circolo di giustizia divina. L'arroganza che supera i limiti umani, ossia la tracotanza, – dicevano – viene regolarmente punita dagli dèi. In effetti, quando si leggono i testi antichi, ci si rende conto che queste divinità pronte a punire chi abbia oltrepassato la misura dell'umanità non sono affatto entità trascendenti e misteriose. È la stessa umanità che finisce per ridicolizzare e infine annientare chi sia preda dell'inumana follia. Perché il delirio di onnipotenza rivela in effetti la profonda impotenza di esseri che hanno dimenticato la propria dimensione di finitezza mortale. La storia ci mostra di continuo eventi di questo genere. A volte sono macroscopici al punto di farsi paradigmatici come nel caso della "visita" di Ben Gvir a Marwan Barghouti, ripresa in un breve video che in questi giorni ha fatto il giro del mondo.

Mentre Israele, nella follia distruttiva che le è stata concessa da un senso di totale impunità, si sta spingendo sempre più in là nel processo di annientamento di Gaza e di capillare e strategica colonizzazione e occupazione della Cisgiordania, e mentre il primo ministro israeliano ormai parla esplicitamente di realizzazione messianica della Grande Israele, minacciando bombardamenti definitivi «come a Dresda», il ministro più estremista di questo governo che resterà, comunque vadano le cose, indimenticabile, ha deciso di umiliare l'avversario più pericoloso: il prigioniero ribattezzato "il Mandela di Palestina". Ma la hybris viene immediatamente punita. È la natura umana a segnare la caduta di chi la supera.

Nei pochi secondi di questo video c'è un uomo fisicamente smisurato che insulta un uomo pelle e ossa e in manette, promettendogli rovina. Quest'uomo provato dagli stenti, ascolta, forse dice qualche parola, ma è lì in piedi, e nonostante sia lo spettro di quel politico pieno di vita entrato in galera ventitré anni fa, appare ancora quello che è sempre stato, un essere umano. Tanto che la sua individualità diventa gigantesca.

Condannato in un processo che egli non ha riconosciuto (e da più parti considerato ingiusto), temutissimo dai politici israeliani perché ritenuto l'unico capace di unire tutti i palestinesi, recluso in una detenzione solitaria dall'ottobre del 2023, quasi annullato dunque in una sorta di angolo di oblio, Marwan Barghouti è tornato. Un video lo ha mostrato vivo e anche chi non ne sapeva nulla adesso conosce il suo nome.

Il popolo palestinese è fatto di individui, di esseri umani con un nome e un cognome, una storia familiare, ascendenze, date di nascita e luoghi di provenienza. È un popolo variegato, caratterizzato da una profonda ironia, dall'attaccamento viscerale alle proprie tradizioni e alla propria terra, da un talento nell'espressione letteraria e artistica, e da una scolarizzazione che negli ultimi anni ha formato ragazze e ragazzi a una percentuale di alfabetizzazione sconosciuta ai paesi occidentali.

Questi individui – che siano artisti, poeti, medici, paramedici, attivisti, giornalisti, fotoreporter, sportivi, e via dicendo – ci stanno raccontando storie straordinarie, a volte uniche e indimenticabili, e tuttavia la strategia di chi li vuole annichilire sta nel costante e programmatico e regolare annientamento delle loro personalità e della memoria a cui affidarle, una specie di damnatio memoriae sistematica. Come se annientando gli individui si giustificasse l'annientamento di un popolo.

Non è casuale quel che è avvenuto l'altro ieri a Marzabotto quando il cardinale Matteo Zuppi ha voluto leggere nomi e cognomi di migliaia di bambini uccisi in questi oltre seicentottanta giorni di genocidio. Perché si tratta di individui, persone destinate a diventare uomini e donne, ciascuno con la propria storia.

Una storia che nei casi recenti la furia di Israele con l'acquiescenza occidentale ha cercato, con notevoli successi, di sradicare fin dalle origini. E tuttavia il delirio di onnipotenza, la tracotanza, la hybris, sovvertono ogni piano, anche i più elementari o i più sofisticati. E così, oggi, fra marionette che si scambiano la mano e si rendono l'onore dell'orrore in cerimonie ridicole, è un individuo quasi evanescente a prendersi la ribalta. L'uomo ammanettato, inerme, ma pieno di un orgoglio e di una dignità che reclamano ascolto. La sua storia torna in pagina sui giornali disposti a raccontarla. E la sua umanità umilia chi di umanità è privo.

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Appendice 3 - 

Segnalazione sulla Campagna: "Una foto con il leader Barghouti" , 17 agosto 2025 . 

La segnalazione proviene dall'"Associazione amici dei prigionieri palestinesi in Italia", su cui stiamo svolgendo ricerche. Ma è comunque possibile riferirsi all'idea del selfie mostrando la foto del leader palestinese, al limite pensando ad un sito web autonomo. Ne discutiamo il 24 giugno.

In risposta alla visita del criminale estremista Itamar Ben-Gvir alla cella del leader nazionale e prigioniero simbolo Marwan Barghouti, e alle conseguenti minacce e provocazioni razziste, il Palestinian Prisoners' Club ha lanciato una campagna di solidarietà internazionale intitolata: "Una foto con il leader... Un milione di messaggi di libertà". La campagna mira a raccogliere un milione di foto da tutto il mondo, in cui i partecipanti si mostrano mentre tengono in mano una foto del leader palestinese Marwan Barghouti, come messaggio di sostegno e solidarietà contro le politiche oppressive dell'occupazione e per sottolineare che il leader non è solo. Obiettivi della campagna:• Rafforzare la solidarietà internazionale con i prigionieri palestinesi nelle carceri dell'occupazione.• Sottolineare lo status di Marwan Barghouti come simbolo di lotta nazionale e libertà.• Trasmettere al mondo il messaggio che i prigionieri non sono soli e che la loro libertà è una questione umanitaria e morale.• Fare pressione sull'opinione pubblica e sui media affinché rilascino Barghouti e tutti i prigionieri. Come partecipare?• Scatta un selfie con una foto del leader Marwan Barghouti.• Condividi la foto sui social media.• Invita tutte le persone libere, gli amici e i familiari a partecipare e contribuire ad ampliare la portata della solidarietà. 

Diffusione della campagna: la campagna mira a diffondere l'idea su larga scala, coinvolgendo: Scuole, università e campi estivi. Istituzioni governative e non governative. Sindacati professionali e sindacali in tutto il paese. Villaggi, città e campi in Cisgiordania, Gaza e all'interno della Palestina. Comunità palestinesi e arabe all'estero. 

Massima partecipazione popolare: La partecipazione inizia dalla cerchia familiare più stretta: padre, madre, moglie, figli, vicini, per poi estendersi ai residenti del quartiere, agli studenti, ai dipendenti, ai frequentatori dei centri commerciali e alle strade palestinesi in tutte le loro componenti. 

Supporto internazionale e ufficiale: La campagna mira ad attrarre sostegno internazionale comunicando con: Parlamentari solidali con la Palestina in tutto il mondo. Personaggi di fama internazionale nei campi dell'arte, dello sport e dei diritti umani. Organizzazioni internazionali per i diritti umani che sostengono la causa palestinese. 

Si ribadisce l'importanza dell'obiettivo della Campagna: Trasmettere il messaggio dei prigionieri, guidati dal leader Marwan Barghouti, in ogni angolo del mondo attraverso un milione di immagini e messaggi di libertà, esprimendo il sostegno popolare, ufficiale e umanitario alla causa dei prigionieri e fungendo da strumento per fare pressione sull'occupazione affinché li rilasci.

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Appendice 4 - Segnalazione della iniziativa rivolta al Sindaco Roberto Lagalla: si muova per chiedere la liberazione di Barghouti, cittadino onorario di Palermo

"Il silenzio della giunta di Roberto Lagalla dinanzi alla ignobile provocazione del ministro Ben Givir a danno del cittadino onorario della città di Palermo dal 2014 Marwan Barghouti è intollerabile. Barghouti, recluso in un carcere israeliano da 23 anni in condizioni di isolamento gravi, rappresenta una figura chiave nel processo di costruzione di uno Stato palestinese. Per questo occorre chiedere con fermezza che venga rilasciato. Il sindaco di questa città abbia la forza e il coraggio di interpretare fino in fondo il sentire dei cittadini e delle cittadine di Palermo e di restituire alla sua città il ruolo storico di mediatrice di pace e ponte fra le culture, al centro del Mediterraneo. Rifondazione Comunista chiede a Lagalla di assumere una posizione politica ferma contro il governo di Israele e di chiedere la liberazione immediata del suo cittadino onorario".  

Barbara Evola e Ramon La Torre - cosegretari Rifondazione Comunista Palermo


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