Medio oriente, la pace di Trump: non sarà "storica", non sarà "giusta", ma è uno spiraglio concreto su cui lavorare

14.10.2025

Premessa: dopo l'accordo sulla "tregua di Gaza" indichiamo l'esigenza di rifiutare l'atteggiamento massimalista ed estremista - da Jacquerie - di chi vuole "BLOCCARE TUTTO PER CAMBIARE TUTTO". A nostro avviso, sarebbero invece da "SBLOCCARE I BISOGNI CONTRO LA GUERRA - PER SALVAGUARDARE PACE DIGNITA' E TERRA". Non bisogna mollare i palestinesi, ma nemmeno caricarli della funzione mitologica della "rivolta dell'oppresso globale contro l'imperialismo globale". La scadenza più importante è una vertenza puntuale con il governo Meloni sulla nuova legge di bilancio, per ottenere, in sintesi, "più burro, meno cannoni".

Sintesi del testo:

In un'Italia che si agita tra piazze, assalto a stazioni e circonvallazioni e proclami di "rivolta sociale",  l'articolo prende le distanze da un certo estremismo ideologico che, pur animato da buone intenzioni, rischia di perdere il senso della realtà. Non si tratta di negare la solidarietà al popolo palestinese, né di ignorare le responsabilità del governo italiano o le politiche di riarmo nel contesto europeo e NATO. Ma si avverte il bisogno di tornare alla misura, alla concretezza, alla dignità delle lotte. 

Per cominciare, si 

I "Disarmisti esigenti" guardano con sospetto alle parole roboanti, alle rivolte mitizzate, alle assemblee permanenti che promettono di "bloccare tutto per cambiare tutto". Preferiamo un impegno nonviolento "poietico", "sumud", tenace, fatto di gesti studiati e di una resistenza cablata sul lungo periodo. Non una rivoluzione spettacolarizzata, di qui ai prossimi giorni, ma - per cominciare - una vertenza seria, puntuale, contro la legge di bilancio 2025, per migliorare le condizioni di vita, per ottenere, in concreto, "più burro, meno cannoni".

Il testo critica:

L'uso improprio della nonviolenza, ridotta a tecnica e non vissuta come valore profondo, rispetto della vita universale ("terrestrità") collegato alla strategia del "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici".

L'illusione di una spallata rivoluzionaria, che ignora i rapporti di forza reali. La tesi è che nella fase si può ostacolare la politica di passaggio dal welfare al warfare, non abbattere, con un "fronte antifascista", l'imperialismo globale ed i suoi lacchè israeliano e italiano...

La mitizzazione della "resistenza palestinese" come simbolo assoluto della lotta globale degli oppressi contro gli oppressori.

Eppure, riconosce che qualcosa si muove. Che la solidarietà è viva. Che il popolo italiano dei "tiepidi" sente umanamente, partecipa, si mobilita. Ma invita a non lasciarsi trascinare da retoriche massimaliste, che spesso "annebbiano" i 500.000 "caldi". A non confondere la rabbia con la lucidità, con l'intelligenza strategica. A non dimenticare che la pace si costruisce con pazienza, con diplomazia, con rispetto, con la coerenza di chi già si muove, da indipendente, attuando il cambiamento che vuole vedere realizzato nel mondo.

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Non siamo, in Italia, da disarmisti esigenti per la denuclearizzazione e la "terrestrità", "equipaggio di terra" delle varie flottille che si proclamano, bontà loro, "nonviolente" (per carità, nessuno detiene il copy right della nonviolenza) né la massa di manovra di una malintesa "rivolta sociale" contro il "fascismo" che, secondo l'opinione dei sindacati di base, si sarebbe già insediato al potere in Italia, in collegamento con il "fascismo" degli USA ed il "nazismo" di Israele .

Il presupposto è fuoriuscire dall'atteggiamento, finto ultralibertario e spontaneistico, ma francamente demagogico, alla Sumud/Freedom Flottilla e loro "equipaggi di terra", nella cornice del "facciamo tutto noi dal basso perché le istituzioni, ONU e governi, non possono che tradire e fallire".

Ci riferiamo all'atteggiamento che considera ininfluente, ai fini pratici, quanto, poco o molto che sia, dritto o storto che sia, la diplomazia ha prodotto, sia al Palazzo di Vetro che a Sharm in Egitto, e che di fatto, come un disco rotto, mira solo a "denunciare l'entità sionista quale Stato genocida e terrorista". In Italia l'obiettivo sarebbe: "denunciare la complicità del governo Meloni con il genocidio israeliano sui palestinesi".

Un esempio di questa mentalità estremista e massimalista della "rivolta del palestinese globale contro l'imperialismo globale" è l'appello intitolato "DALLE 100 PIAZZE ALLE 100 ASSEMBLEE OPERATIVE", firmato dal "falcemartellismo" politico e sindacale più spinto (Potere al popolo, Cambiare rotta, USB, etc.), di cui riportiamo alcuni stralci:

"Tel Aviv sta agendo per conto dei paesi occidentali, Stati Uniti in testa, sta facendo il lavoro sporco per loro, come ha ammesso il cancelliere tedesco Merz qualche mese fa. Israele è il paese che guida la crociata dell'Occidente contro il resto del mondo, il leader mondiale del neocolonialismo e della salvaguardia della supremazia bianca sul pianeta. 

(...)

La riuscita di due scioperi generali in pochi giorni e i milioni di persone che si sono riversati nelle piazze di tutto il Paese, bloccando porti, stazioni ed autostrade, segnalano un risveglio molto forte della voglia di cambiamento. L'opposizione parlamentare non è stata in grado farsi interprete di questa spinta ed ora non dobbiamo consentirgli di imbrigliarla nelle vecchie logiche che portano alla sconfitta e alla smobilitazione. C'è la possibilità di scrivere una pagina completamente nuova e non dobbiamo lasciarci intimorire.

La solidarietà al popolo palestinese deve restare la priorità di tutti e dobbiamo continuare a boicottare e sanzionare l'economia israeliana, in modo sempre più capillare, a cominciare dal blocco del commercio delle armi con Israele. Ma è arrivato il momento di allargare il nostro sguardo alle politiche di riarmo, sapendo che "non vogliamo lavorare per la guerra".

(...)

Le 100 piazze per Gaza ora devono avere la capacità di trasformarsi in 100 assemblee permanenti operative e darsi da subito un piano d'azione che le porti in poche settimane a convocare una grande assemblea nazionale per "Blocchiamo tutto – Blocchiamo genocidio, guerra e riarmo".

Non è il momento di fermarsi, ma di organizzarsi in tutto il Paese per proseguire la mobilitazione. Ora sappiamo che è possibile.
Blocchiamo tutto per cambiare tutto
".  

Cosa non va in questo discorso, al momento di moda tra i 500.000 "caldi" individuati dal CENSIS?

1- La "nonviolenza" citata a sproposito come tecnica e tattiche e non come strategia del "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici", radicata nel valore del rispetto della vita universale. E preferibilmente non citata, come nell'appello che abbiamo appena riportato;

2- l'idea della spallata rivoluzionaria contro il potere fascista in Italia, che una agitazione alle giornate di ottobre (la reazione al fermo israeliano della Flottilla) potrebbe ottenere, se si sa "elevare il livello dello scontro e dell'azione diretta". Una idea che presuppone la valutazione della sussistenza di una situazione pre-rivoluzionaria che non corrisponde ai rapporti di forza reali;

3- il continuare ad individuare nella crisi di Gaza la priorità delle priorità, all'insegna della mitologia della "resistenza palestinese", simbolo della "rivolta mondiale di tutti gli oppressi".

Riteniamo giusto riconoscere, insieme a questi esaltati, che "la complicità con Israele e le politiche di riarmo europea sono le due facce di una stessa medaglia. E il prezzo che stiamo pagando per queste politiche da incubo lo sentiamo nei salari e nelle condizioni di vita e di lavoro". Purché si sappia capire quale dei due poli della situazione è quello da considerare determinante. 

La solidarietà al popolo palestinese, sentita dal popolo italiano, deve restare, siamo d'accordo; e dobbiamo continuare a boicottare e sanzionare l'economia israeliana, in modo sempre più capillare, concentrandosi sul blocco del commercio delle armi con Israele (ma non accanendosi in modo controproducente su sport e artisti). Soprattutto, è arrivato il momento di fissare il nostro sguardo sulle politiche di riarmo, affermando che "non vogliamo lavorare per preparare la guerra ad alta intensità", cui ci stanno trascinando nella quasi indifferenza più sorprendente.

Scrivono le "avanguardie calde" nell'appello citato:

"Dal rifiuto di collaborare con le operazioni belliche all'obiezione di coscienza verso le attività che alimentano il settore militare: è il momento di organizzare una mobilitazione permanente che impedisca al governo Meloni di trascinarci verso la guerra. E per farlo abbiamo bisogno di collegare la lotta contro la guerra agli effetti sociali del riarmo: i bassi salari, l'aumento dello sfruttamento, la precarietà, il taglio dei servizi pubblici, il carovita. È ora di costruire un ampio fronte popolare contro la politica del governo Meloni che non svenda la straordinaria partecipazione popolare di queste settimane".

Questo impegno può diventare realtà se si comprende che stiamo sì vivendo un momento cruciale, ma non una situazione rivoluzionaria; ed è arrivato il momento di impostare non una "jacquerie" alla Gilet gialli francesi ma una seria vertenzialità contro la legge di Bilancio, ben oltre gli slogan vuoti che la CGIL sta proponendo per il corteo del 25 ottobre 2025.


Una tregua da  sostenere e su cui lavorare con impegno perché diventi pace...

L'accordo imposto da Trump, firmato il 13 ottobre a Sharm el Sheikh, lo dobbiamo accogliere con soddisfazione, se non con gioia, come sta avvenendo sia nelle piazze israeliane che in quelle palestinesi. Questo accordo, brutto quanto si vuole, fa cessare l'uccisione delle persone. Il cessate il fuoco era la cosa più urgente da ottenere. "Una brutta pace è meglio di una bella guerra" è quasi un nostro mantra ossessivo.

Su quello che succederà dopo la firma e lo scambio ostaggi-prigionieri c'è da lavorare e bisogna impegnarsi per allargare gli spiragli di pace che si sono aperti.

Ci fidiamo di Trump e di Netanyahu? Dobbiamo per forza di cose essere cautamente ottimisti. Alberto Negri su Il Manifesto del 14 ottobre 2025 suona già il de profundis sulla tregua. "Una tregua senza processo di pace e priva di un orizzonte politico per i palestinesi è destinata a fallire. Ieri a Sharm el Sheikh era presente Abu Mazen anzianissimo capo della traballante Autorità palestinese che fatica a sottrarre terreno e consensi in Cisgiordania a Hamas e alla Jihad islamica, La ventilata fine dell'Islam politico, nonostante le sconfitte dell'"asse della resistenza" capeggiato dall'Iran, non sembra vicina". L'articolo di Negri è pubblicato integralmente sotto in appendice. 

Ci fidiamo di Hamas? Dobbiamo avere come riferimento quei settori palestinesi che sono oggi contro il ricorso alle armi e al terrorismo. Non dobbiamo sopravvalutare il consenso libero e attivo di cui godrebbe Hamas nella Striscia. Chi veramente gira per la Palestina sa che la maggior parte delle persone vuole la pace, non condivide ciò che è accaduto in questi anni a Gaza sotto il regime fondamentalista.

Il mondo ora potrebbe dare al popolo palestinese l'opportunità di ricostruire il suo Paese, permettendo che venga su uno Stato che renda le persone cittadini e dia voce a una rappresentanza effettiva e autorevole, al momento mancante. Questa voce potrà e dovrà essere ascoltata dalla comunità internazionale. 

L'OLP e l'ANP sono le realtà da riconoscere e rimettere in piedi. La stessa Hamas, nella sua dimensione politica e non militare, può trovare all'interno di esse un rifugio, fidandosi della garanzia che può offrire un leader come Marwan Barghouti. Sono queste le "entità" che dovranno governare, per i palestinesi, a Gaza, in Cisgiordania, come a Gerusalemme Est. 

La forza di stabilizzazione internazionale è bene che, già nella prima fase se possibile, sia caratterizzata anche come Corpo Civile di Pace. Non è comunque credibile che tutti i soldati all'inizio siano palestinesi, proprio perché non esiste, al momento, un soggetto palestinese unitario. E non è affatto di buon auspicio che proprio ad Hamas sia stata riconosciuta a Sharm la funzione di "forza di polizia temporanea". 

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Per quanto riguarda il mondo che si autoproclama pacifista e disarmista crediamo che sia importante sottolineare i seguenti tre aspetti, per una azione che voglia premere per cambiare i rapporti di forza dati. Si tratta di usare le opportunità che realisticamente si aprono per una statualità palestinese effettiva che accetti di convivere con una Israele la cui sicurezza deve essere tenuta in conto:

1) la pressione per ottenere una pace possibile e accettabile; 

2) il sostegno alla ricostruzione e alla rappresentanza palestinese. Ma anche a una nuova leadership israeliana: per un cambio politico bilaterale

3) il ruolo della forza di stabilizzazione con decisiva componente civile.



1) La pressione per ottenere, oltre la tregua, una pace possibile e accettabile dalle parti in conflitto.

Il primo e più urgente compito è impedire che l'accordo di Sharm el Sheikh si fossilizzi in un mero status quo di potere affaristico e securitario che ignori la questione palestinese.

  • Vigilanza critica sull'implementazione: mantenere un occhio vigile sull'attuazione del cessate il fuoco e dello scambio prigionieri. Qualsiasi violazione o rallentamento, specialmente da parte israeliana, deve essere denunciato immediatamente alla comunità internazionale, agendo come sentinella della tregua.

  • Esigere un processo di pace immediato: il movimento deve usare la tregua come leva per forzare la ripresa dei negoziati internazionali ufficiali, sotto l'egida dell'ONU, con l'obiettivo esplicito della Soluzione due popoli, due Stati. Non è sufficiente l'impegno generico: si deve chiedere un framework con scadenze definite e garanti internazionali non autoritari ma autorevoli.

  • Contro la normalizzazione dell'Occupazione: la tregua non deve diventare un pretesto per congelare o espandere gli insediamenti dei coloni israeliani. Il movimento deve continuare a esercitare pressione contro ogni azione unilaterale che mini la quantità di spazio e la futura contiguità territoriale dello Stato palestinese.

2) il sostegno alla ricostruzione e alla rappresentanza palestinese. Ma anche a una nuova leadership israeliana: per un cambio politico bilaterale

L'accordo di Sharm espone la necessità di una leadership palestinese unita e legittima, oggi carente. Il movimento deve sostenere gli sforzi interni volti a rafforzare le istituzioni civili a Gaza e in Cisgiordania. Ma anche in Israele occorre una leadership nuova e dialogante, oltre la destra fondamentalista che forma l'attuale maggioranza e che potrà essere in minoranza con le elezioni della nuova Knesset previste per il 2026. Il lavoro per liberare Barghouti coinvolgendo l'opposizione israeliana può favorire il cambio politico.

  • Rafforzamento dell'OLP e dell'ANP: L'impegno deve focalizzarsi sul riconoscimento e il risanamento dell'OLP e dell'ANP come le uniche realtà in grado di costruire uno Stato basato sulla cittadinanza e sul diritto, sottraendo consenso alle forze fondamentaliste.

  • Inclusione e Trasformazione di Hamas: Sostenere la strategia di "rifugio" politico per Hamas all'interno del quadro OLP/ANP, con la garanzia di un leader autorevole come Marwan Barghouti. Il compito è promuovere la disarmo (o la sua trasformazione in una forza esclusivamente civile) attraverso l'incentivo della partecipazione politica e del riconoscimento statale.

  • Campagna per la Ricostruzione Civile: Promuovere e monitorare che gli aiuti internazionali siano destinati alla ricostruzione del Paese (infrastrutture, servizi, economia) e non solo al mantenimento di una sicurezza imposta, dando "al popolo palestinese l'opportunità di ricostruire il suo Paese".

  • Strategia per Barghouti libero e l'opposizione israeliana: Il lavoro per la liberazione di un leader autorevole e unitario come Marwan Barghouti, coinvolgendo attivamente l'opposizione israeliana, può diventare un catalizzatore per il cambio politico in Israele in vista delle elezioni della Knesset del 2026. L'obiettivo è favorire l'emersione di una nuova leadership israeliana dialogante che superi la destra fondamentalista. 

3) il ruolo della forza di stabilizzazione con decisiva componente civile.

La proposta di una Forza di Stabilizzazione Internazionale e di un Corpo Civile di Pace offre un'opportunità unica per l'attivismo diretto.

  • Partecipazione al Corpo Civile di Pace (CCP): il movimento deve incoraggiare attivamente la formazione e la partecipazione diretta di volontari e professionisti al Corpo Civile di Pace. Questo garantisce che la forza di stabilizzazione abbia una componente non-militare e si concentri sulla mediazione comunitaria e sull'assistenza umanitaria.

  • Contrasto al ruolo di "Polizia temporanea" di Hamas: dobbiamo denunciare la delega della funzione di "forza di polizia temporanea" a Hamas come un fattore di instabilità e divisione. La pressione deve essere esercitata affinché il controllo securitario venga trasferito il prima possibile a un soggetto palestinese unitario e non-frazionista, sostenuto dalla forza internazionale.

  • Focus sulla società civile: lavorare direttamente con i settori palestinesi che "vogliono la pace" e sono "contro il ricorso alle armi e al terrorismo", rafforzando le loro voci e le loro reti, soprattutto nella Striscia di Gaza, come contrappeso al regime fondamentalista da cui si sta fuoriuscendo.

Il Manifesto 14 ottobre 2025

UNA TREGUA DAI VOLTI ILLUSORI - DI ALBERTO NEGRI

La pace secondo la coppia Trump-Netanyahu ha due volti. Quello della forza militare e tecnologica di Usa e Israele, che minaccia sfracelli per chiunque, e quello del denaro che serve non solo a ricostruire Gaza ma a imporre un protettorato d'affari, come scriveva sabato scorso Tommaso Di Francesco sul manifesto.

Una sorta di condominio da gestire con gli arabi ricchi per amministrare i poveri e recalcitranti palestinesi.

I palestinesi in questa visione politicamente distorta ma mediaticamente efficace sono comparse e il loro stato sparisce. E s'è c'è un obiettivo è quello di dividerli in lembi di terra frammentata e polverizzata. La Striscia continuerà a essere occupata per metà da Israele (il ritiro non sembra proprio all'ordine del giorno) mentre in Cisgiordania prosegue l'avanzata illegale di coloni armati e la divisione arbitraria in due parti della West Bank.

Questa è la "vittoria" che propone Trump a Netanyahu e a una comunità internazionale discretamente stordita sul lato occidentale, oppure ingolosita da un fiume di denaro e di affari su quello mediorientale (Turchia ed Egitto, per esempio, attirati dai soldi di Qatar e monarchie del Golfo). Non dimentichiamo come ci si è arrivati. La svolta è stata quando il 9 settembre Israele ha bombardato i mediatori di Hamas a Doha, senza preavvisare l'emiro che ospita ad Al Udeid 10mila marine. Netanyahu aveva bombardato uno dei migliori clienti delle armi americane: rendendo Trump e gli alti gradi furenti. Non è un caso che il Pentagono abbia appena annunciato l'apertura di una base aerea del Qatar in Idaho: i clienti della Casa Bianca non si toccano, un messaggio che deve essere chiaro a tutti.

La logica di Trump è questa. Dopo la liberazione degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, si è proposto nel suo discorso alla Knesset, punteggiato da applausi scroscianti, come il presidente di un "Consiglio della Pace" – il più ricco della storia, ha detto lui – che poi è una sorta di comitato d'affari. Il cuore pulsante nella sua strategia di quel Patto di Abramo dove i ricchi, d'accordo con Israele, dettano l'agenda ai poveri e a quella Striscia di Gaza oggi ridotta a un cimitero di macerie.

In questa versione della storia il 7 ottobre, il massacro di Hamas, giustifica tutto. C'è una gran fretta di liquidare quello che è avvenuto – Trump ha pubblicamente chiesto a Herzog per Netanyahu la grazia per i processi interni di corruzione – soprattutto seppellire anche la memoria del genocidio israeliano mettendo le ruspe al lavoro per rimuovere non solo le macerie materiali ma anche quelle morali e le responsabilità. Tutti assolti. Gaza in questa ottica deve diventare una sorta di vetrina dove il prossimo anno mostrare al mondo un luccicante Nobel per la pace. In una giornata densa di emozioni, si tendeva a dimenticare che da Camp David a Oslo la pace ha avuto le sue vittime illustri, come Sadat e Rabin. E ora la tregua si fa su una montagna di cadaveri. Solo i dilettanti hanno potuto pensare di andare ieri a Sharm el Sheik come a un galà della pace dove esibire il biglietto di invito: qui niente è gratis.

Ma il potere dei soldi tende sempre a nascondere qualche trappola politica. Anche i più sprovveduti capiscono che questo è un cessate il fuoco senza un processo di pace, una tregua ottenuta per un' imposizione di Trump e non con un negoziato tra le parti.

L'aspetto più complicato di questo accordo è quello della sicurezza in un territorio devastato da due anni di guerra, soprattutto se la forza di stabilizzazione internazionale prevista dal piano non dovesse essere messa in piedi rapidamente. Ma quale sarà il suo mandato? Appoggiare un'entità palestinese che ancora non esiste o incaricarsi direttamente di imporre l'ordine? E soprattutto l'interrogativo è chi disarmerà Hamas, visto che non intende fare passi indietro fino a quando Israele continuerà a occupare una parte della Striscia. Nell'indecisione intanto Trump dà, «incredibilmente» l'approvazione perché Hamas sia la forza di polizia «temporanea» a Gaza.

Una tregua senza processo di pace e priva di un orizzonte politico per i palestinesi è destinata a fallire. Ieri a Sharm el Sheikh era presente Abu Mazen anzianissimo capo della traballante Autorità palestinese che fatica a sottrarre terreno e consensi in Cisgiordania a Hamas e alla Jihad islamica, La ventilata fine dell'Islam politico, nonostante le sconfitte dell'"asse della resistenza" capeggiato dall'Iran, non sembra vicina. Ma Trump lo sa perfettamente: in Arabia saudita è arrivato a stringere la mano al presidente siriano Al Shara, già noto membro di Al Qaida. Forse nel prossimo comitato d'affari trumpiano ci sarà posto pure per i jihadisti con le valigette dei contanti, come del resto ha fatto Netanyahu per anni nell'illusione di controllare Hamas.

Nel flusso dei discorsi, dei ragionamenti e delle emozioni di queste ore, la pace in Medio Oriente all'osservatore stagionato appare un po' come quegli amori inseguiti per decenni e che poi puntualmente ti deludono. Vorremmo romanticamente sbagliarci.

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