Dubbi sulla legge di iniziativa popolare per un'altra difesa nonviolenta: possibile con questa impostazione?

Alcune reti del movimento per la pace, RIPD (Rete italiana Pace e Disarmo), CNESC e Sbilanciamoci!, hanno promosso una proposta di legge di iniziativa popolare volta a creare un Dipartimento della Difesa civile non armata e non violenta. Lo scopo è quello di iniziare ad attuare una modalità di Difesa alternativa a quella militare. Lo prevederebbe già il nostro ordinamento giuridico e lo suggerirebbero le numerose iniziative positive intraprese in diverse zone del mondo dalla società civile organizzata.
Al link che segue possiamo trovare il sito ufficiale della campagna con il testo e la relazione illustrativa della proposta di legge https://www.difesacivilenonviolenta.org/
La proposta di legge prevede:
la costituzione del Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio per coordinare i Corpi civili di pace, già esistenti e da incrementare (https://www.politichegiovanili.gov.it/servizio-civile/corpi-civili-di-pace/ ),
un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, in collegamento con la Protezione civile e il Servizio civile universale.
La copertura finanziaria sarà assicurata anche da un'apposita opzione fiscale (6x1.000) al momento della dichiarazione dei redditi.
Affinché la proposta di legge sia discussa dal Senato (NB l'interruzione della legislatura non interrompe l'iter legislativo) è necessario raccogliere almeno 50.000 firme di elettori/trici entro il 15 settembre 2026.
Antonino Drago, già presidente del primo comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, il 7 luglio 2026, ha partecipato a nostri webinar sul tema e continua a fare presente che si tratta di una proposta di legge che non condivide e su cui hanno espresso "perplessità" il Presidente del MIR, Ermete Ferraro, e che anche Pax Crhisti si è dichiarata "moralmente" non d'accordo con essa.
Il motivo dei dubbi di Drago? "Vogliamo una difesa alternativa non una difesa complementare. Ho espresso la mia opinione con una lettera inviata a Mosaico di Pace".
Qui di seguito la lettera.
Pubblichiamo anche, in fondo alla pagina, un intervento critico di Ermete Ferraro che racconta la sua posizione "fuori dal coro" rispetto alla proposta di legge sulla Difesa civile, non armata e nonviolenta.
L'aveva già criticata nel 2014 nella sua prima versione per la sua impostazione minimalista e ambigua. Oggi, in un contesto segnato da crescente militarizzazione, crisi del movimento pacifista e linguaggi bellicisti, il nuovo testo, secondo Ferraro, ripresenterebbe gli stessi limiti, mentre la realtà internazionale, a suo giudizio, sarebbe peggiorata.
La proposta punterebbe a una difesa "complementare" a quella militare. Proprio questa scelta lessicale — complementare, integrata, affiancata — secondo Ferraro e Antonino Drago, snaturerebbe l'idea storica di una vera difesa alternativa, civile e nonviolenta. L'adesione delle reti promotrici apparirebbe, secondo Ferraro, acritica, priva di confronto interno e rischierebbe di indebolire la credibilità del movimento per la pace.
Nella conferenza stampa di presentazione al Senato, nella ricostruzione di Ferraro, si sarebbe insistito su valori generali (no al riarmo, resistenza civile, dialogo, servizio civile), ma poco sulla sostanza del testo, che sembra più una razionalizzazione dell'esistente che un progetto realmente antimilitarista. Ferraro teme che questa impostazione annacquata comprometta anche la campagna per l'obiezione di coscienza alla guerra.
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da parte di Antonino Drago
Con correzioni di Franco:
Cara redazione (di Mosaico di Pace),
mi appello alla vostra comprovata quarantennale professionalità per chiarire alcuni punti su di un articolo di Mao Valpiana, apparso nel numero di Maggio 2026 sulla Difesa popolare non violenta. Se esso avesse per oggetto un prodotto commerciale, sarebbe giustamente chiamato "pubblicità ingannevole" e come tale sarebbe sanzionato a norma di legge. Si usano infatti i termini "Difesa civile non armata e nonviolenta (4 volte)" "Difesa nonviolenta (2 volte)", "Difenderci dalla guerra", "Difesa civile" e "Difesa alternativa". Tutti questi nomi per una cosa sola. Se il lettore non è ingenuo si rivolge al sito della apposita Campagna per capire che cosa fa operativamente questa difesa. Lì, le uniche parole che si trovano sono: Difesa "integrata" e "affiancante" nella presentazione, e nel testo della proposta di legge "complementare". In buon italiano queste parole qualificano questa difesa come funzionalmente legata a quella militare. Controprova: mai si dice "autonoma" né "indipendente", ovviamente dalle FF.AA. della NATO. La testa al toro si taglia quando la presentazione della proposta prende ad esempio le difese delle nazioni Svizzera e Svezia, che hanno a disposizione immediata delle FF.AA. un corpo di difesa (solo) civile per supportare la popolazione in caso di guerra, mentre si dimentica che nella vicina Austria è il Ministero degli Interni a coordinare nella difesa nazionale tutte le forze istituzionali, compreso il Ministero della Difesa. Ebbene questo tipo di difesa svizzera o svedese è proprio quello che 80 obiettori su 120 inviati a svolgere il primo servizio civile a Passo Corese nel 1973 rifiutarono al costo di tornare in galera. È proprio quella difesa che la ventennale Campagna OSM-DPN (obiezione di coscienza alle spese militari per la difesa popolare non violenta), la più forte nel mondo, portò l'onorevole Guerzoni a scrivere "difesa civile non armata e non violenta" (che poi fu ripresa dalla legge 230/98), proprio per distinguerla da ogni forma di difesa civile del tipo Svizzera e Svezia. Tutto questo è confermato non solo dalle tante persone che hanno espresso "perplessità" su questa proposta, ma anche da due fatti: 1) nel MIR si è aperto un dibattito su questa discrepanza; 2) in Pax Christi, il verbale della riunione dell'Italia centrale a Firenze, alla presenza del responsabile nazionale Antonio de Lellis (1 e 2 giugno), riporta che questa proposta è "non soddisfacente, in quanto considera… la difesa popolare non violenta come complementare alla difesa armata, mentre per noi essa è alternativa a quella armata". In seguito il verbale è stato corretto: si è mantenuto la insoddisfazione, però aggiungendo "…mentre per noi sul piano etico essa è alternativa a quella armata." Quindi è nella coscienza di due dei maggiori movimenti per la pace italiani che il tipo di difesa di quella proposta è solo "complementare a", "affiancante a" e "integrata" nelle FF.AA. della NATO e non "alternativa", come intende ingenuamente un lettore dell'articolo di Mao Valpiana. Al quale credo che, per onestà professionale, occorra chiedere un chiarimento, dato che il tema è di importanza cruciale per le sorti della non violenza e della difesa alternativa in Italia.
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Aggiungiamo subito le osservazioni di Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti
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Prima di sviluppare ragionamenti sulla altra difesa possibile è utile tenere presente le seguenti sentenze della corte costituzionale.
La sentenza chiave è la n. 164 del 1985 della Corte Costituzionale.
La Corte afferma che il servizio civile "non si traduce assolutamente in una deroga al dovere di difesa della Patria, ben suscettibile di adempimento attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato". E stabilisce la pari dignità fra servizio militare e servizio civile: entrambi sono forme di difesa della Patria.
Altre sentenze che confermano e sviluppano il principio: Sentenza n. 228/2004: "Accanto alla difesa militare, che è solo una delle forme di difesa della Patria, può dunque ben collocarsi un'altra forma di difesa, che si traduce nella prestazione di servizi rientranti nella solidarietà e nella cooperazione".
Sentenza n. 119/2015: "Il dovere di difesa della Patria non si risolve soltanto in attività finalizzate a contrastare o prevenire un'aggressione esterna, ma può comprendere anche attività di impegno sociale non armato".
Sentenza n. 171/2018: ribadisce che l'art. 52 Cost. configura la difesa come "sacro dovere che ha un'estensione più ampia dell'obbligo di prestare servizio militare" e che si adempie "anche attraverso adeguate attività di impegno sociale non armato".
Quindi il punto costituzionale è:
L'art. 52 "difesa della Patria" non dice "difesa armata". La Corte dal 1985 in poi ha chiarito che la difesa si può assolvere in più modi, e che il servizio civile è costituzionalmente equiparato a quello militare come forma di difesa. È proprio questo il passaggio che la legge RIPD non sviluppa: se la Corte dice che la difesa non armata è difesa della Patria a pieno titolo, allora un modello di transarmo dovrebbe partire da lì, non da un dipartimento subordinato alla difesa armata.
La legge di iniziativa popolare "Istituzione del Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta" nasce già incardinata dentro il modello esistente. Istituisce un dipartimento, quindi un apparato burocratico sotto Palazzo Chigi, ma non tocca la vera interpretazione dell'articolo 52 Cost. né la logica della difesa come funzione esclusivamente militare.
In pratica: la difesa resta "armata" anche contro la definizione della Corte costituzionale. Il civile non armato è un'aggiunta, non una modalità alternativa "equipollente". Resta subalterno. Non demilitarizza la dottrina: non scardina il nucleare, non esce dalla logica NATO, non ridiscute le basi. È "difesa in più", non "difesa al posto di". Ingegneria istituzionale: crea un ufficio, con dirigenti, bandi, progetti. rischia di finire come il Servizio Civile Universale: utile, ma completamente innocuo per l'apparato militare-industriale.
L'opzione fiscale: concessione o grimaldello? Il 6x1000 alla difesa non armata è la parte migliore della legge, e non a caso è quella strappata per tenere dentro Zanotelli e l'area nonviolenta radicale. Ma anche lì: Pro: per la prima volta lo Stato riconoscerebbe che il cittadino può scegliere di finanziare una difesa diversa da quella armata. È un precedente simbolico enorme. È il "sigillo" che inizia a incrinarsi. Limite: è un'opzione individuale, non una politica collettiva. Non si sposta un euro dal bilancio della Difesa. Non si intaccano i 28 miliardi annui, gli F-35, le testate a Ghedi. Viene concesso il diritto di destinare 6 euro ogni 1000 del tuo IRPEF. È obiezione fiscale col bollino statale. Zanotelli lo sa. Infatti lo usa come cavallo di Troia: una volta che lo Stato ammette che esiste una "difesa altra", diventa più difficile dire che l'unica difesa è quella con le armi.
Cosa manca: il problema politico fondamentale
Il problema che individuo – "l'altra difesa non può essere subalterna al modello offensivo e nuclearizzato" – è esattamente quello che finché la spada resta al centro, il sigillo è solo decorazione.
Una proposta dei "Disarmisti Esigenti" dovrebbe partire da 3 rotture, non da un dipartimento.
Rottura dottrinale: è necessario abrogare nella pratica la subordinazione costituzionale.
L'art. 52 dice "difesa della Patria". Non dice "armata". La corte costituzionale l'ha detto bello chiaro. In sostanza: "La Repubblica ripudia la guerra e organizza la difesa della Patria con mezzi non armati e nonviolenti. Lo strumento militare è una componente del sistema, non l'unica componente". Senza questo, ogni dipartimento è un ente inutile.
Rottura economica: non 6x1000 aggiunto. Ma trasferimento progressivo: per ogni miliardo tolto dal bilancio Difesa, un miliardo alla difesa civile popolare. Altrimenti è greenwashing bellico.
Rottura geopolitica: denuclearizzazione del territorio + uscita dalla logica dei blocchi. Perché una difesa nonviolenta sotto ombrello nucleare NATO è un ossimoro. Sei non armato tu, Paese satellite, ma resta armato fino ai denti il tuo "alleato" che ti mette nel mirino.
In sintesi, da dire a RIPD: "Il dipartimento è un falso problema e se non tocca la logica fondamentale, la deterrenza, è solo un altro sigillo. Bene il 6x1000, ma Zanotelli merita di più: merita una Repubblica che sceglie, come popolo, di non delegare più la propria sicurezza alla minaccia di sterminio. Finché resta il nucleare a Ghedi, ad Aviano, nei porti nucleari, la vostra 'difesa civile' è come mettere un medico scalzo in un poligono di tiro".
La legge RIPD è riformismo senza conflitto, minimalismo senza impatto. I Disarmisti Esigenti dovrebbero fare conflitto ponendo la questione del "potere con", la partecipazione popolare dal basso, alternativo al "potere su". Anche nei campi della difesa e della sicurezza.
Dobbiamo centrare il punto che la RIPD non vuole o non può nominare: la subalternità al modello offensivo e nuclearizzato in ambito NATO si rompe solo se si cambia la dottrina, non se si aggiunge un ufficio, come fa la LIP.
Il nodo: il "transarmo" non può partire da un'aggiunta. "Transarmo" significa transizione da un modello all'altro. Ma se il modello A è offensivo, nuclearizzato, integrato NATO sotto comando USA, e il modello B è un dipartimento civile sotto Palazzo Chigi, non stai facendo transizione. Stai facendo coesistenza gerarchica. Il modello A comanda, il modello B chiede i fondi. La prima tappa che indichiamo noi Disarmisti esigenti sarebbe quella corretta: costruire, come prima tappa, un modello difensivo sia armato che non armato che sia già "costituzionale", cioè: modello non offensivo.
Non sarà mai ricordato abbastanza che l'Art. 11 ripudia la guerra. Quindi le FFAA non possono avere capacità di proiezione, basi all'estero, armi da first strike. Fine degli F-35, delle portaerei, dei missili a lunga gittata. Difesa = difesa del territorio, punto. Non nuclearizzato: Denuclearizzazione unilaterale del territorio. Via le testate da Ghedi e Aviano. No transito di armi nucleari nei nostri 11 porti. Uscita dal nuclear sharing NATO. Senza questo, ogni "difesa alternativa" è ostaggio del ricatto atomico altrui.
Modello non NATO-centrico: l'Art. 11 dice anche "promuove organizzazioni internazionali rivolte alla pace". La NATO è un'alleanza militare nata per la guerra. Un modello costituzionale deve prevedere l'uscita dal comando integrato e la riconversione degli impegni: da difesa collettiva armata a sicurezza collettiva non armata.
Come sarebbe un "modello difensivo armato costituzionale" come tappa 1 del transarmo? È il pezzo che manca a RIPD. Sarebbe un ibrido, ma non subalterno. Dovremmo elaborare uno schema in cui la parte armata esiste ancora, ma è già "disarmata" dalla logica offensiva. E la parte non armata non è un'appendice: è co-titolare della difesa della Patria ex art. 52.
Perché RIPD non lo dice? Presunto realismo politico: dire "usciamo dalla logica NATO" e "via le bombe da Ghedi" fa saltare ogni interlocuzione parlamentare con il PD. Allora si ripiega sul "facciamo intanto un dipartimento".
Cultura cattolico-democratica: gran parte del mondo pacifista italiano viene dal dossettismo. Non mette in discussione l'ombrello americano, ma chiede di "umanizzarlo". È l'eterna tentazione della "difesa giusta".
Paura del vuoto: smantellare la spada senza aver già costruito il sigillo alternativo fa paura. E allora si tiene la spada e si disegna un sigillo a lato. Ma finché non spezzi il nesso spada-NATO-nucleare, ogni "difesa civile" è solo il sigillo che legalizza il dominio della spada.
Il transarmo vero inizia quando la spada stessa cambia natura: da strumento di offesa a strumento di pura interposizione territoriale, in attesa di essere sciolta. Quindi sì: la prima tappa non è il dipartimento. È la legge di riconversione costituzionale delle Forze Armate: denuclearizzazione, de-proiezione, uscita dall'organizzazione militare integrata. Solo su quella base la difesa non armata smette di essere subalterna e diventa egemone. Altrimenti Zanotelli avrà il suo 6x1000, ma i bombardieri continueranno a decollare da Aviano. E i droni da Sigonella per missioni cinetiche e non cinetiche...

DIFESA CIVILE: SI', MA QUALE? di Ermete Ferraro
https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/
Il 16 marzo scorso, in occasione del deposito alla Corte di Cassazione del testo della proposta di legge d'iniziativa popolare "Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta" [i], è stata scattata questa fotografia (VEDI SOPRA - NDR) dei rappresentanti delle associazioni e organizzazioni aderenti alle sue tre Reti promotrici.
C'ero anch'io, presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), ma curiosamente ero l'unico del gruppo che non guardava avanti, verso l'obiettivo del fotografo, bensì lateralmente, suscitando l'impressione di una sorta di spaesamento, come se mi stessi chiedendo – per mutuare il titolo dell'ottima trasmissione di Corrado Iacona – "Che ci faccio qui?". In effetti qualcosa aveva attirato altrove la mia attenzione al momento dello scatto ma, a volerci scorgere un significato più profondo, quel particolare può essere visto come la metafora iconica della mia posizione 'fuori dal coro'.
Quando nel 2014 fu presentata la prima proposta di legge d'iniziativa popolare su "Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta" [ii], largamente ripresa nel testo attuale, già allora espressi il mio disagio per quella che mi sembrava una versione minimalista ed ambigua di una vera difesa alternativa alla militare (civile, sociale, popolare e nonviolenta), che aveva ispirato per decenni il movimento pacifista italiano ed al cui sviluppo effettivo del progetto contribuì soprattutto Antonino Drago.
In un articolo per il mio blog, datato novembre 2014 [iii], infatti, manifestai dubbi e perplessità nel merito di quel testo e sul metodo con cui era stato frettolosamente imbastito, ricorrendo ironicamente ad espressioni del teatro di Eduardo de Filippo per sottolinearne gli aspetti problematici.
Oggi, dopo 12 anni, rileggere quell'articolo mi fa ancora più male. Di fronte all'incalzare della militarizzazione della cultura della formazione e della società ed al rifiorire di assurde pulsioni guerrafondaie, l'evidente crisi del movimento per la pace – al quale purtroppo non è bastato coagularsi intorno ad una rete unitaria per diventare più autorevole ed efficiente – mi sembra il risultato tangibile d'una lunga e pericolosa stasi di riflessioni ed azioni. Una stasi che ha portato fatalmente a banalizzare le originarie proposte antimilitariste, adattandole conseguentemente ad un lessico da realpolitik, senza che per questo farle diventare davvero più realistiche ed efficaci.
'Altra' e 'alternativa' non sono sinonimi
Il testo presentato lo scorso marzo in Cassazione, sul quale vanno raccolte 50.000 firme di cittadini a sostegno di quella legge d'iniziativa popolare, conserva purtroppo gli stessi limiti della precedente proposta, con la differenza che, nel frattempo, il quadro nazionale ed internazionale è molto cambiato, mettendo sempre più allo scoperto il nervo di una difesa esclusivamente militare, sempre più professionale e tecnologica. Un modello difensivo forse meno retoricamente paludato, ma rispondente alle ferree regole di un efficientismo aziendale [iv], per di più in un drammatico contesto geopolitico in cui sembra tramontata l'autorevolezza degli organismi di mediazione sovranazionali, mentre cresce a vista d'occhio l'arroganza militarista e l'aggressività bellicista, con sfoggio di un lessico violento a tutti i livelli.
Va avanti, in effetti, una strategia comunicativa che alterna tentativi di 'civilizzazione' della difesa militare con pulsioni alle militarizzazione delle istituzioni civili, alimentando la confusione e aprendo a vari scenari possibili, nazionali ed internazionali
L'istituzione d'una Rete unitaria per la pace e il disarmo avrebbe dovuto non solo coagulare le azioni sparse di tante organizzazioni in un progetto unitario di opposizione a questa incalzante deriva guerrafondaia, ma anche consentire una riflessione comune seria e articolata su un indispensabile 'programma costruttivo', da elaborare condividere e diffondere, tenendo conto, fra l'altro, di una realtà socioculturale sempre più ostica e poco sensibile alle visioni globali.
Diluire le proprie proposte, però, non era e non è la soluzione. Non lo è neppure svendere decenni di studi e riflessioni sull'efficacia – oltre che sulla validità etica – di un'autentica difesa civile non armata e nonviolenta, in cambio dell'ipotetico riconoscimento legislativo di un dipartimento governativo che si occupi di una forma 'complementare' di difesa, in quanto non armata e non strettamente militare.
Eppure la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), insieme con la Consulta Nazionale per il Servizio Civile (CNESC) e la Campagna Sbilanciamoci! hanno deciso comunque di ripresentare questa proposta, senza un vero confronto sulla sua validità e coerenza, ad un anno dalla scadenza della legislatura e senza preventivo coinvolgimento delle forze politiche che dovrebbero sostenerla, una volta avallata da 50.000 firme ed incardinata nell'agenda parlamentare.
Ecco perché, con una costruttiva lettera – a mia firma ma condivisa dall'intero Consiglio Nazionale del MIR – abbiamo cercato chiarire la nostra imbarazzante posizione all'interno della RIPD, chiedendo di aprire una discussione franca, anche se tardiva, su quel testo, a partire dalle 'obiezioni' avanzate pubblicamente [v]da Antonino Drago, autorevole esperto italiano di Difesa Popolare Nonviolenta.
«Già nell'art. 1 della LIP si afferma: "la difesa civile, non armata e nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme di difesa militare". Nella relazione introduttiva alla PdL si parla poi di "… forme di difesa civile basate su principi non armati e nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza nazionale […] L'obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili…". Ebbene, il fatto di aver definito la difesa civile e nonviolenta –l'aggiunta del termine "non armata" – mediante aggettivi quali "complementare", "integrato", "affiancata" nei confronti della tradizionale difesa basata sulle forze armate è il primo punto critico, da cui sorge legittimamente il dubbio che ad una visione alternativa se ne sia de facto sostituita una più ambigua e compromissoria» [vi].
Immagine pubblica e sostanza effettiva…
A quell'appello, però, non a fatto seguito un'adeguata risposta ed anche qualche altra timida voce di dissenso è stata subito messa a tacere, in nome di un'adesione acritica e passiva a decisioni assunte verticisticamente, ma che rischiano di compromettere la credibilità stessa del movimento per la pace ed in particolare della sua componente tradizionalmente nonviolenta.
Nella conferenza stampa di presentazione pubblica e lancio pubblicitario della L.I.P. – tenuta in Senato il 6 luglio 2026 [vii] – i relatori intervenuti hanno piuttosto insistito sugli elementi che accomunano in modo un po' generico le persone che odiano la ferocia della guerra ed aspirano a modalità difensive e di resistenza non armate. La prof.ssa De Cesare ha ribadito il no al riarmo, alla retorica militarista e alla logica bellica. L'attore Ascanio Celestini ha giustamente ricordato come anche in Italia la resistenza abbia spesso assunto le caratteristiche di una difesa civile, disarmata e popolare.
Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha inquadrato la proposta come uno strumento per aprire un nuovo scenario, attuando l'art. 52 della Costituzione e contribuendo a costruire strutture di pace. Ha insistito, inoltre, sull'esigenza di "mettere sotto un unico cappello quello che c'è già", sebbene – a dire il vero – i tre obiettivi individuati (prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti) allo stato attuale siano lontani dall'essere stati già affrontati organicamente ed efficacemente.
Guido Marcon (Sbilanciamoci!) ha parlato di dialogo, riconciliazione, disobbedienza civile e resistenza, lamentando l'assenza dell'ONU ma ipotizzando a livello italiano una difesa alternativa che integri servizio civile e 'corpi civili di pace'. Rossano Salvatore (CNESC), infine, ha insistito sul valore del servizio civile ed ha fatto appello a ripartire da ciò che si è già fatto, ma nella cornice di un Dipartimento specifico che coordini la difesa civile con le preesistenti struttura della protezione civile nazionale e del corpo (militarizzato)dei Vigili del Fuoco.
Insomma, in quella conferenza stampa si è parlato molto dello scenario e della possibile trama dell'azione scenica da svolgervi, ma poco del copione che è statp scelto per questo portare avanti compito. Si è mantenuto non a caso un 'low profile', lasciando intendere che la legge proposta sarebbe in fondo una necessaria razionalizzazione di ciò che c'è già, guardandosi bene viceversa dall'insistere sulla carica alternativa, antimilitarista e nonviolenta insita in una difesa civile, sociale e popolare degna di questo nome.
Peccato davvero, perché il comprensibile realismo di un 'programma costruttivo' non mi sembra che giustifichi una versione annacquata ed ambigua di quella vera alternativa difensiva che, invece, sarebbe l'unica seria motivazione per uscire dalle secche della rassegnazione e dell'adattamento ad una deriva militarista, riarmista e bellicista.
La stessa campagna di rilancio dell'obiezione di coscienza, a mio avviso, potrebbe essere compromessa da questo totale investimento sulla normalizzazione legislativa di una difesa solo 'altra', per di più col rischio che un eventuale fallimento della sua sottoscrizione si riverberi negativamente su tutto il movimento italiano per la pace oppure che, una volta giunta sui banchi del Parlamento, quella zoppicante proposta venga ulteriormente azzoppata e cinicamente fagocitata dalla logica perversa del complesso militare-industriale.
Non era questa "l'aggiunta nonviolenta" di cui parlava Aldo Capitini, che avrebbe nutrito seri dubbi sulla strumentale banalizzazione di quella nonviolenza alla cui teoria e pratica aveva dedicato i suoi fondamentali contributi ed alla quale dovrebbero comunque ispirarsi, anche al loro interno, coloro che si fregiano di quel titolo.
[i] https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf
[ii] https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/
[iii] https://ermetespeacebook.blog/2014/11/23/nonviolenza-o-nonvolenza/
[iv] Cfr. alcuni miei precedenti articoli, fra cui: https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/ https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/
[v] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/05/16/nonviolenzala-legge-sulla-difesa-popolare-non-protegge-lobiezione/8388182/
[vi] Dalla lettera inviata il 12 maggio 2026 dal MIR Italia alla Segreteria della Campagna "Un'altra difesa è possibile"
[vii] https://retepacedisarmo.org/2026/un-altra-difesa-e-possibile-accelera-la-raccolta-verso-lobiettivo-delle-50-000-firme-necessarie-per-il-deposito-del-testo-di-legge/
© Ermete Ferraro, 2026