Disonorare la guerra evitandola il più possibile

https://obiezioneallaguerra.webnode.it/l/disonorarelaguerraevitandola/
Alcune considerazioni sulla necessità di evitare la guerra verso cui, da italiani ed europei, ci stanno coinvolgendo in modo diretto (i gazawi rischiamo di diventarlo proprio noi!) possono essere aggiunte in preparazione del webinar del 12 luglio 2026, incentrato sulla discussione del libro "DISONORARE LA GUERRA", a cura di MASCHILE PLURALE.
La priorità "oggettiva" che abbiamo sempre individuato è la DENUCLEARIZZAZIONE; ma esiste una priorità "soggettiva" da coltivare, focalizzabile sul TAGLIO DELLE SPESE MILITARI. Essa deriva dal fatto inoppugnabile che esiste una precisa volontà maggioritaria della massa "tiepida" della comunità nazionale, cui pure da "cittadini terrestri", nel settore delle "avanguardie calde", apparteniamo (e ci sentiamo convintamente interni e solidali ad essa).
L'opinione pubblica che si riconosce nel tricolore della Repubblica italiana, votante o non votante, orientata a destra, a sinistra o al centro, giovane o anziana, maschile, femminile o quanto altro, tutto il nostro "popolo", insomma, non vuole "nostre" politiche di riarmo, di militarizzazione, di complicità in massacri ovunque nel mondo.
Obiettare all'immaginario patriarcale che nutre il consenso bellico comporta, a nostro avviso con logica stringente, anche darsi da fare per evitare innanzitutto che il nostro "prossimo" localizzato, vicino, compartecipe dello stesso patto politico espresso dalla Costituzione italiana, sia tradito nella sua profonda aspirazione ad una vita tranquilla, pacifica e di progresso materiale e relazionale.
L'incontro si terrà dalle ore 18:00 alle ore 20:00 e per partecipare ecco il link su piattaforma Zoom:
https://us06web.zoom.us/launch/edl?muid=b6722eca-1bff-4b0a-b8b9-961e2b4cac76
ABSTRACT DEL TESTO
L'editoriale di Avvenire del 7 aprile evidenzia come l'opinione pubblica italiana rifiuti il riarmo, mentre Lucio Caracciolo su Repubblica del 16 giugno avverte del rischio concreto di finire coinvolti in una guerra globale, tra Ucraina e Medio Oriente. La dottrina russa dell' "Escalate to de-escalate" e lo schieramento di testate nucleari in Bielorussia rendono la minaccia atomica un'opzione politica gestibile, trasformando la deterrenza in un ricatto costante.
Di fronte a tale scenario, occorre unire l'imperativo oggettivo della denuclearizzazione (rimozione delle testate USA in Italia) alla necessità soggettiva popolare di ridurre le spese militari.
Proposte d'azione:
Mobilitazione permanente: superare la protesta episodica con un'azione diretta e radicata nei territori, presidiando le basi militari per trasformare la minaccia bellica in un tema di sicurezza pubblica locale.
Unificazione degli obiettivi: collegare in modo tangibile il disarmo alla giustizia sociale, dimostrando che le risorse sottratte al welfare per il riarmo alimentano l'apocalisse e negano il futuro.
Nuovo linguaggio umanista: adottare una comunicazione empatica basata sulla "Terrestrità", presentando la denuclearizzazione come un atto di alto patriottismo/matriottismo e cittadinanza globale.
Non serve più "fare accademia", ma agire: porre il disarmo come condizione necessaria per la sopravvivenza è il ponte indispensabile per trasformare la paura diffusa in un movimento per la pace inarrestabile.
Ecco cosa leggiamo il 7 luglio in prima pagina su un editoriale pubblicato dal quotidiano AVVENIRE. E' relativo al vertice NATO di Ankara, a firma Diego Motta, ed è intitolato "LA TRASPARENZA CHE ORA SERVE". "L'ambiguità del governo sul tema strategico (delle spese militari) ha una ragione: l'opinione pubblica italiana è fortemente contraria al riarmo e a scenari che vedano l'Italia coinvolta in operazioni belliche".
Ma di quale spauracchio bellico si sta parlando? Forse quello che domina i notiziari televisivi mattino, pomeriggio e sera e che è diventato sinonimo di spietato massacro? Anzi di "genocidio", il genocidio in uno spazio paradossalmente meno esteso del Comune di Roma (1/4 misurato in km2)?
Ci risponde, con esame spassionato della situazione e dei suoi pericoli, Lucio Caracciolo su La REPUBBLICA del 21 giugno 2026. Il titolo dell'intervento: "LA GUERRA COGNITIVA E L'ATTENDISMO ITALIANO". (Per molti nominare questo intellettuale è lo stesso che bestemmiare). "La personalizzazione del conflitto, quasi che le guerre senza limiti fossero replica di antichi duelli dei capi, contribuisce a farci perdere l'orientamento. In chiaro: QUI RISCHIAMO DI FINIRE TUTTI IN GUERRA SENZA ACCORGERCENE"... (Il vano clamore sui litigi tra Trump e Meloni) non sposta di una virgola l'emergenza di cui ci dibattiamo, consapevoli o meno".
Sentiamo sempre Caracciolo. "Osserviamo il formarsi di un uragano che presto potrebbe coinvolgerci molto direttamente. E che già lo fa in via sempre meno indiretta. Intendiamo il convergere tra la guerra in Ucraina e le guerre di Israele. (...) Ci vuole davvero una forte dose di incoscienza per prendere sul serio le finte diplomatiche di russi e ucraini , nessuno disposto davvero a cessare un massacro di cui si è perso il senso su entrambi i fronti. Le rispettive difficoltà di reclutamento (eufemismo) ne sono testimonianza..."
A proposito di senso che manca delle proporzioni, una guerra che inghiotte centinaia di migliaia di vittime nelle trincee pesa mediaticamente meno di una rissa di quartiere? Forse i giovani sia russi che ucraini, colpiti dai droni, immersi nel fango, non offrono immagini abbastanza telegeniche...
Sullo sfondo dello stallo ucraino - le avanzate di pochi metri si pagano con fiumi di sangue - c'è l'uso dell'arma nucleare tattica, in forma mini, a fini terroristici: "escalare per de-escalare" (sic). Autorità russe hanno parlato pubblicamente dell'arma nucleare tattica. Non dicendo "la useremo domani", ma inquadrandola nella dottrina e nelle esercitazioni.
Ecco i 3 riferimenti documentati più espliciti.
Primo. La dottrina ufficiale si chiama "Escalate to de-escalate". È nel Decreto del Presidente della Federazione Russa n.355 del 2 giugno 2020. Lì è regolamentato l'impiego di armamento nucleare, chi decide e cosa compone la "Triade Nucleare russa". Questo concetto prevede l'uso dell'arma nucleare tattica, limitata, per costringere l'avversario a fermare un conflitto convenzionale.
Secondo. Putin ha dispiegamento missili nucleari in Bielorussia (marzo 2023). Putin ha dichiarato pubblicamente che la Russia aveva: convertito 10 aerei bielorussi Su-25 per trasportare armi nucleari; trasferito alla Bielorussia lanciatori a duplice uso, i missili Iskander. Nel 2023 ha deciso di rischierare armamento nucleare sul territorio della Bielorussia, ufficialmente a causa dell'allargamento NATO. A dicembre 2023 Lukashenko ha poi annunciato che la Russia aveva completato le consegne di armi nucleari alla Bielorussia.
Terzo. Le esercitazioni del Ministero della Difesa russo: il Ministero comunica che vengono condotte "in risposta alle dichiarazioni provocatorie e alle minacce fatte da alcuni funzionari occidentali contro la Federazione Russa". Obiettivo dichiarato: "garantire l'integrità territoriale e la sovranità della Russia". Nelle esercitazioni è stato preso di mira anche l'F-16, considerato come potenziale portatore di armi nucleari.
In sintesi, le autorità russe non hanno annunciato un uso imminente. Hanno però fatto due cose in pubblico: codificato l'uso tattico nella dottrina del 2020, teorizzando il "colpo tattico per de-escalation"; attuato e mostrato il dispiegamento: testate in Bielorussia e aerei/lanciatori pronti.
È proprio questo il meccanismo del sistema della potenza abbandonato alla sua logica: trasformare l'arma nucleare da tabù in "opzione gestibile" per fare leva politica.
Essere umani significa, prima di tutto, avere a cuore il destino dell'intera umanità: è il principio fondativo dell'umanesimo, già riconosciuto dagli antichi stoici. (vedi Nota 1).
Allora, dopo queste osservazioni, riprendiamo ora il discorso, tentando di mettere insieme un filo logico di seria preoccupazione umanistica tra analisi e proposte. Questo è anche un appello per i maschi che intendono inalberare il motto dell'I CARE di contro al modello dominante del "guerriero vero uomo".
Nel panorama geopolitico attuale, caratterizzato da grande confusione e da una convulsa instabilità, si delinea una tensione profonda tra due necessità urgenti: da una parte, la priorità oggettiva della denuclearizzazione, contro il "genocidio programmato" della deterrenza, ed il suo possibile sbocco "umanicida"; dall'altra, la priorità soggettiva della riduzione delle spese militari, così come percepita dalla sensibilità popolare, richiamata dall'editoriale di Diego Motta. Comprendere questa dicotomia è il primo passo per trasformare un sentimento diffuso di preoccupazione in un'azione politica coerente e trasformativa.
La priorità oggettiva: il disarmo come antidoto all'apocalisse
Dal punto di vista oggettivo, la denuclearizzazione non è solo una scelta politica, ma una necessità basilare per la preservazione della specie. Come ricordava Carlo Cassola, l'esistenza di armi atomiche rende ogni altra lotta sociale o civile un esercizio di stile: finché la spada di Damocle della deterrenza nucleare rimane sospesa sopra le nostre teste, ogni progresso umano è sotto scacco.
La dottrina russa dell' "Escalate to de-escalate", che è stata citata, ha trasformato l'arma nucleare da tabù morale a strumento di pressione politica "gestibile". Con il dispiegamento di testate in Bielorussia e l'integrazione di sistemi d'arma a duplice uso, il rischio di una deflagrazione non è più un'ipotesi astratta, ma una componente dell'attuale dottrina militare. In questo senso, la denuclearizzazione — intesa come disarmo unilaterale, partendo dalla rimozione delle testate americane presenti in Italia (Ghedi e Aviano) — è l' azione alla nostra portata di comunità nazionale in grado di spezzare il ricatto della deterrenza.
La priorità soggettiva: il sentire comune contro il riarmo
Dall'altro lato, la sensibilità popolare italiana mostra una chiara contrarietà al riarmo e al coinvolgimento in operazioni belliche. Il governo tenta di mediare questo sentimento con una certa ambiguità strategica sugli impegni presi per aumentare le spese militari — il famoso 5% del PIL — che cerca di diluire o rinviare. La popolazione avverte, quasi d'istinto, che la retorica della "guerra inevitabile" ci sta trascinando dentro una tempesta globale — dalla guerra in Ucraina al conflitto in Medio Oriente — di cui si è smarrito il senso, ma che ci coinvolge in modo sempre più diretto.
Questa priorità "soggettiva" di ridurre le spese militari nasce da un'esigenza di tutela del quotidiano: la popolazione sente che le risorse sottratte al welfare per alimentare il complesso bellico sottraggono futuro alle generazioni presenti. È una resistenza spontanea, spesso alla base dell'astensionismo elettorale, ma disorganizzata che parla di pace, di diritti e di una disperata volontà di non essere complici in massacri lontani, che si avvicinano sempre di più.
Conciliare le due prospettive: la pace come cantiere
Come conciliare l'imperativo categorico, da noi individuato, della denuclearizzazione con la necessità di dialogare con una maggioranza popolare che chiede, prima di tutto, lo stop al riarmo? La risposta risiede nel linguaggio e nella strategia di mobilitazione.
- Dalla testimonianza alla mobilitazione nonviolenta organizzata: non basta più la protesta episodica. Occorre una mobilitazione permanente di azione diretta, simile alla vigilanza anti-Cruise degli anni '80, che sia radicata nei territori vicino alle basi militari, trasformando la presenza delle armi in un tema di sicurezza pubblica locale e non solo di geopolitica astratta.
- Rendere tangibile il legame: è necessario far comprendere che la "pistola alla nuca" (la deterrenza) è la stessa che impedisce di investire nel clima, nei diritti e nella giustizia sociale. Non si tratta di opporre la lotta per la denuclearizzazione a quella per la spesa militare, ma di unificarle sotto un unico obiettivo che le leghi: il disarmo anche con primi passi unilaterali come condizione necessaria per la giustizia sociale.
- Comunicazione empatica: per evitare di essere percepiti come estranei o fanatici, il movimento deve parlare il linguaggio dell'umanesimo nel suo aggiornamento ecologico (la "Terrestrità"). Stare dalla parte giusta della "Storia" significa agire affinché la Storia stessa possa continuare. La denuclearizzazione deve essere presentata come l'atto più alto insieme di patriottismo ("matriottismo") e di cittadinanza mondiale, una via per riappropriarsi della sovranità costituzionale che ripudia la guerra.
In conclusione, la conciliazione avviene nel momento in cui si smette di fare "accademia sul ponte del Titanic" agitando bandiere che riflettono solo sogni astratti. La richiesta di ridurre le spese militari è il naturale ponte di accesso alla richiesta di denuclearizzazione. Se riusciamo a far capire che togliere il "boia dalla stanza" è il primo passo per poter finalmente affrontare tutte le altre sfide – dai diritti al clima – avremo costruito un linguaggio comune capace di trasformare la preoccupazione popolare in un movimento per la pace che sia, finalmente, inarrestabile.
Nota 1: le radici antiche dell'umanesimo e lo sviluppo contemporaneo della "Terrestrità"
Terenzio e la svolta romana
Quando Terenzio scrive "Homo sum: humani nihil a me alienum puto" (Heautontimorumenos, v. 77), raccoglie questa eredità stoica e la porta nel teatro romano: non è solo un motto morale, ma una dichiarazione politica e antropologica. L'uomo è tale perché partecipa del dolore e della gioia degli altri uomini.
Riferimenti anteriori all'"Homo sum"
Stoicismo greco: già Zenone di Cizio e Crisippo parlavano di cosmopolitismo, cioè dell'appartenenza di ogni uomo alla polis universale. L'idea che tutti gli esseri razionali condividano la stessa logos è la base del principio di fraternità umana.
Diogene di Sinope (IV sec. a.C.) si definiva kosmopolites, "cittadino del mondo", rifiutando le frontiere politiche e culturali.
Platone e Aristotele, pur più legati alla città-stato, riconoscevano nella philia e nella koinonia (comunità) un principio universale di relazione.
Epicuro e la sua scuola, sebbene meno universalisti, parlavano di amicizia come legame che supera i confini.
Cicerone, poi, tradusse lo stoicismo in termini latini: "Omnes homines natura ad societatem appetunt" — tutti gli uomini tendono naturalmente alla società.
Dopo Terenzio
L'eco di quel verso attraversa:
Seneca, con la sua idea di humanitas come compassione universale.
Marco Aurelio, che nel Libro II dei Pensieri scrive: "Ciò che non giova all'alveare, non giova all'ape."
E poi il cristianesimo, che universalizza la fraternità in chiave teologica: "Non c'è più né greco né giudeo."
In sintesi, l'"Homo sum" non nasce dal nulla: è la voce latina di un lungo filo che parte dallo stoicismo e arriva fino all'umanesimo moderno — la coscienza che la nostra identità è inseparabile dal destino comune dell'umanità.
Dalla humanitas alla terrestritas
La "terrestrità" dei Disarmisti esigenti è un'evoluzione contemporanea dell'umanesimo, che sposta il baricentro dall'"uomo misura di tutte le cose" al vivente terrestre, unico ecosistema globale, come soggetto di diritto.
Umanesimo classico: nasce come coscienza della dignità dell'uomo e della sua responsabilità verso gli altri uomini.
Terrestrità: amplia questa responsabilità all'intero ecosistema planetario — non solo all'umanità, ma alla vita sulla Terra come comunità di destino.
L'essere umano non è più al vertice, ma parte di un sistema vivente da custodire.
La "cura" sostituisce la "dominio": è un umanesimo ecologico e relazionale.
Dimensione giuridica
I disarmisti esigenti, in rapporto con COSTITUENTE TERRA, collegano questa visione alla necessità di un diritto internazionale della Terra, una Costituzione della Terra che:
superi la sovranità assoluta degli Stati,
riconosca la Terra come soggetto giuridico,
istituisca un principio di sicurezza comune umana e non militare,
fondi la pace su cooperazione, disarmo e tutela ambientale.
Continuità storica
È un filo che parte dallo stoicismo cosmopolita, passa per Terenzio e Seneca, si rinnova con Kant (la pace perpetua e il diritto cosmopolitico), e oggi si traduce in una cosmopolitica ecologica: l'umanità, figlia dell'evoluzione naturale, come custode della Terra, non come suo padrona.
In questo senso, la terrestrità è l'umanesimo del XXI secolo: non più antropocentrico, ma biocentrico e planetario, dove "essere umani" significa preoccuparsi dell'intera umanità e del pianeta che la ospita.
Appendice che ripropone una interpretazione, da parte di Alfonso Navarra, dell'I CARE contro l'indifferenza che era stata postata nell'aprile 2026
LA PRIORITÀ È LA PISTOLA ALLA NUCA DELLA DETERRENZA: DENUCLEARIZZARE PRIMA DI TUTTO È CONTRASTARE L'UMANICIDIO PROGRAMMATO
da Alfonso Navarra, www.disarmistiesigenti.org alfiononuke@gmail.com
Le considerazioni sulla priorità della denuclearizzazione - viste anche con lo sguardo di Carlo Cassola - nutrono un concetto che dovrebbe essere logico, elementare: se c'è una cosa che già oggi uccide più di tutto vale a dire il nucleare militare e civile, e che promette di trascinarci nella morte definitiva di tutto, quella va messa in cima. Punto.
Cassola nel '78, quando fondammo e cominciammo a coltivare la Lega per il Disarmo Unilaterale, lo diceva ai comizi a Firenze: "Ragazzi, potete lottare per tutto, ma se non togliete le bombe atomiche dal tavolo, state giocando a carte con uno che tiene la pistola carica sotto la tovaglia". Aveva ragione. E ce l'ha ancora.
La domanda allora è semplice, brutale: se proprio dobbiamo bloccare tutto, fermare il paese, perché non lo facciamo, per cominciare, dandoci l'obiettivo di togliere le armi nucleari dall'Italia?
Ci sono testate americane a Ghedi e ad Aviano. Sono lì, pronte. Sono, in quanto portato della "condivisione nucleare NATO, il masso sospeso sopra la testa di tutti. Tua, mia, dei palestinesi, degli israeliani, dei russi, degli ucraini. Di tutti.
E invece che facciamo? Blocchiamo l'autostrada per il clima un giorno, facciamo un sit-in per Gaza un altro, una raccolta firme per i migranti il giorno dopo. Tutte battaglie sacrosante, per carità. Ma senza strategia, come dice giustamente Francesca Albanese di certe campagne: tanto rumore per sentirci un po' con la coscienza a posto, dalla parte degli oppressi. Solo di alcuni, però. Non di tutti.
E qui sta l'ipocrisia che Cassola non sopportava.
Diciamo "dalla parte giusta della Storia". Ma la parte giusta della Storia, intanto, non è stare dalla parte di chi si batte perché la Storia continui? E la Storia continua solo se si disinnesca l'apocalisse. Se si fa togliere la pistola dalla nuca dell'umanità.
Dire "sto con gli oppressi" e poi non contrastare ciò che minaccia tutti gli oppressi - non solo alcuni - che senso ha? È come fare il medico in corsia e ignorare l'incendio che sta bruciando l'ospedale. Magari si salva un malato, ma dopo cinque minuti siamo cenere tutti.
Ovviamente con buon senso, perché noi non siamo fanatici.
È naturale, umano: se sta cadendo un masso che rischia di schiacciare me personalmente e i miei prossimi, la prima cosa che faccio è mettermi di lato subito per evitare di finire spiaccicato. 😇 Lo farebbe anche Cassola. Lo farebbe chiunque.
Ma il punto è questo: la deterrenza che nel ciclo nucleare ha la sua base è il masso che sta cadendo su tutti. Non solo su di me. Su tutti. E noi stiamo a discutere se il masso è di destra o di sinistra, se cade prima sul palestinese o sull'israeliano. Cade. E se cade, non resta nessuno a fare la conta dei buoni e dei cattivi.
Allora la priorità è una sola, e Cassola l'ha indicata chiara fondando la lega per il disarmo unilaterale nel '78:
1. Denuclearizzare l'Italia. Unilateralmente. Subito. Via le bombe da Ghedi e Aviano. Senza aspettare la NATO, senza aspettare Putin. Cominciamo noi. È il primo passo coraggioso che rompe il ricatto.
2. Riconoscere che finché c'è la "deterrenza" portata in primo piano, cioè la forza armata che dissuade i malintenzionati dall'attaccarci, ogni altra lotta è sotto sequestro. Si lavora per il clima? Ti dicono: "Zitto o il nemico ti ascolta e ci ricatta. L'energia è un'arma e bisogna diversificare con il nucleare energetico incluso, mettendolo nel mix indispensabile di fonti che servono anche a difenderci". Si lotta per i diritti? Ti dicono: "Zitto o ti spianiamo. Il manganello con il quale ti bastoniamo trova la sua giustificazione nel bastone nucleare che è nell'ordine NATO che ci ha garantito per decenni libertà e pace". È il giogo che tiene insieme tutte le oppressioni.
Pensiamo a questo discorso fatto da Macron nel marzo 2026, poco dopo l'inizio dell'operazione Epic Fury lanciata da Donald Trump contro l'Iran, congiuntamente all'offensiva "Roaring Lion" di Netanyahu: "Per restare liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti. In questo mondo brutale, dobbiamo agire più rapidamente e con maggior forza". Ovviamente quando si parla di forza non si intende l'unione popolare, ma solo la forza armata.
3. Smettere di lavorare sulle illusioni. Perché se ci si batte per tutto tranne che per la pistola puntata sulla tua nuca, e sulla nuca di tutti, alla fine ci si ritrova con un pugno di mosche in mano. E con la Storia che finisce, non che ci dà ragione.
La parte giusta della Storia non è un posto comodo dove ci autoassolviamo. È un cantiere scomodo dove si rischia. E il rischio oggi si chiama disarmo unilaterale per preparare la pace attraverso la pace. Si chiama dire agli americani: "riprendetevi le vostre bombe, noi non facciamo da bersaglio". Si chiama dire al governo: "o stai con la Costituzione che ripudia la guerra, o stai con le testate". Non ci sono vie di mezzo.
Noi disarmisti esigenti siamo eredi della Lega di Cassola, e la sua idea la coltiviamo per questo. Per ricordare che stare dalla parte degli oppressi vuol dire togliere il boia dalla stanza. Tutti gli altri discorsi vengono dopo. E vengono meglio, se il boia non c'è più.
Chi non mette la denuclearizzazione al primo posto, sta solo facendo accademia sul ponte del Titanic. Magari dalla parte giusta del ponte. Ma il ponte affonda lo stesso. 🌈