La battaglia di Ursula per il bilancio UE: da verde a grigio-verde. E con finanziamenti "rinazionalizzati". Spazi possibili per una tattica pacifista che argini il "Black Deal" ...

(Una proposta in via di elaborazione - nota del 17 novembre 2025)
Sul Quadro Finanziario Poliennale (QFP) si sta scatenando dentro la UE la guerra di tutti contro tutti. Il QFP è il bilancio europeo che sarà in vigore dal 2028 al 2034, 7 anni. Al centro dei giochi si trova la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, nel mirino perché, con la cd "rinazionalizzazione", sta concentrando poteri e facoltà da molti eurodeputati della sua maggioranza considerati indebiti. La partita riguarda temi cruciali: l'assetto di potere delle istituzioni europee, la politica dei governi nazionali e l'orizzonte economico ed esistenziale del Vecchio Continente.
La prospettiva è una svolta dal Green Deal al Black Deal, realizzata attraverso il Fondo per la competitività - 409 miliardi - con il 53% destinato alla Difesa. E suffragata da altre decisioni: la "Riserva speciale" di 100 miliardi per l'Ucraina e il via libera agli investimenti in difesa nei criteri ESG. Lo stesso favore accordato al nucleare civile può essere fatto rientrare in questa tendenza alla militarizzazione bellicista.
L'idea su cui proponiamo di lavorare è basata sulla valutazione che non esistano oggi i rapporti di forza perché si possa respingere del tutto, come desideriamo, la svolta verso il "Black Deal". Ma una tattica accorta da parte pacifista potrebbe sfruttare le difficoltà della maggioranza Ursula al PE per poterne contrastare l'impatto: sarebbe possibile conservare settori di spese pubbliche collegati alla conversione ecologica e a principi di pace e giustizia sociale.
La proposta della von der Leyen raddoppia la dotazione di base a 2.000 miliardi di Euro (1,26% del Reddito europeo lordo), una cifra contestata sia dai Paesi "frugali" che da quelli "sovranisti", specialmente in vista delle prossime scadenze elettorali nazionali.
Il QFP viene semplificato da 7 a 4 rubriche e da 52 a 16 programmi, unendo settori come agricoltura, coesione e aiuti sociali in un unico fondo da 894 miliardi. I fondi per la coesione e la Politica Agricola Comune (PAC) subiscono una riduzione di quasi il 30% rispetto al settennato precedente, generando forti reazioni dalle associazioni di categoria.
Il Fondo per la Competitività da 409 miliardi è il veicolo della svolta strategica: a) è destinato per il 53% alla Difesa, contro solo l'11% per la transizione ecologica; b) questo riflette il passaggio dalla competitività definita dal Green Deal alla competitività intesa come resilienza, autonomia strategica e sicurezza (in risposta a shock geopolitici, pandemia e guerra in Ucraina); c) la spesa per la transizione ecologica viene subordinata e giustificata sempre più dalla logica della sicurezza economica ("essere Green solo se si è sicuri").
La crisi istituzionale si svolge sul terreno della "rinazionalizzazione". La "rinazionalizzazione" dei fondi è ispirata al PNRR. Il potere decisionale si sposta ai governi nazionali che presentano "Piani di Partenariato Nazionali e Regionali". La Commissione si limita ad approvare la strategia (ex ante) e a verificare il raggiungimento dei risultati (ex post), non le singole fatture. Il Parlamento Europeo (PE) è in rivolta perché questo meccanismo conferisce un potere "presidenziale" di controllo all'Esecutivo Comunitario, escludendo l'unica istituzione elettiva da un controllo democratico intermedio sulla spesa. Questa indignazione si inserisce nella crisi politica dove il PPE rompe l'alleanza centrista (con S&D e Renew) per cercare l'appoggio di gruppi più a destra (ECR), in particolare sui dossier del Green Deal (es. Legge sul ripristino della natura, Direttiva due diligence e Regolamenti forestali).
I movimenti pacifisti e i gruppi politici pro-Green (Verdi, Sinistra) possono sfruttare le divisioni della "maggioranza Ursula" e l'indignazione del Parlamento per arginare e mitigare il "Black Deal". Alleandosi con S&D e Renew sul principio democratico, possono esigere un voto di veto del PE sulle spese del Fondo per la Competitività che hanno ricadute militari, pretendendo maggiore trasparenza sui progetti a "doppio uso" (civile/militare). Possono lavorare a sostituire la narrazione della "Sicurezza militare" con quella della "Sicurezza umana", chiedendo che la spesa per la competitività sia bilanciata da una forte "condizionalità sociale e climatica" e da un aumento dei fondi per il Soft Power (cooperazione internazionale, aiuto umanitario, adattamento climatico).
Sfruttando la vulnerabilità di Von der Leyen, possono esigere l'inserimento di clausole che limitino l'aumento dei fondi per la difesa come prezzo per il loro sostegno all'approvazione finale del QFP.
La "battaglia" sul QFP è un duello decisivo tra una Commissione che punta a una gestione intergovernativa focalizzata sulla sicurezza e un Parlamento che rivendica il suo ruolo democratico e le priorità sociali e climatiche. Noi, in fin dei conti, possiamo tirare la coperta verso il lato che più soddisfa le nostre istanze di "disarmisti esigenti"...
_______________________
Cominciamo con i numeri: la proposta della Commissione prevede che la dotazione, rispetto al precedente bilancio, raddoppi. Si passa ai 2.000 miliardi rispetto ai 1.100 del precedente Quadro. (E' vero poi che a questi ultimi erano stati aggiunti i 750 miliardi del Recovery Fund). Questa cifra di 2.000 rappresenta 1,26% del Reddito europeo lordo. Questo aumento incontra resistenze sia dai "Paesi frugali" sia dai "Paesi sovranisti". Al prossimo Consiglio europeo di fine dicembre molti leader contesteranno anche perché sono alle porte appuntamenti elettorali in cui dovranno spiegare perché dare più soldi alla UE: in Francia, Italia, Spagna e Ungheria, per fare qualche esempio.
La composizione qualitativa del nuovo Quadro Finanziario, più ancora che l'entità quantitativa, sta scatenando frizioni con gli Stati, con il Parlamento europeo, con i gruppi politici e con le rappresentanze sociali e sindacali.
Il QPF è stato suddiviso in 4 rubriche (prima erano sette) con 16 programmi di finanziamento (prima erano 52). Il risultato più evidente è che settori come agricoltura, pesca, aiuti sociali, coesione e migranti sono stati inseriti in un Fondo unico da 894 miliardi. E ai fondi di coesisione e al settore agricolo (e alla PAC, la politica agricola comune) sono destinati complessivamente 453 miliardi. Di cui poco più che 300 agli agricoltori con una riduzione degli stanziamenti rispetto al settennato precedente di quasi il 30%. Le associazioni di categoria stanno per alzare le barricate ed anno molto influenza sui governi nazionali.
Il Fondo per la competitività da 409 miliardi è presentato come uno strumento per sostenere l'industria europea di fronte alla concorrenza globale (Cina, USA), ma rappresenta il principale veicolo di una svolta strategica: il passaggio dalle priorità climatiche del Green Deal a quelle di sicurezza/difesa e autonomia industriale del "Black Deal" o "Deal Geopolitico".
Si faccia attenzione alle cifre: solo l'11% di questo Fondo è destinato alla transizione ecologica , il 22 % va alla transizione digitale e ben il 53%, lo si è già accennato, è stanziato per la Difesa.
Il Green Deal (lanciato nel 2019) definiva la competitività europea in termini di leadership nella transizione ecologica e nella tecnologia pulita. Tuttavia, gli shock successivi – la pandemia di COVID-19, la guerra in Ucraina e la crescente rivalità sino-americana – hanno portato a ridefinire la "competitività" in termini di resilienza, sicurezza delle catene di approvvigionamento e capacità di difesa.
L'invasione russa dell'Ucraina ha spostato l'attenzione sulla capacità dell'Europa di difendersi e sostenere una base industriale di difesa più solida e moderna.
La consapevolezza della dipendenza da Pechino per materie prime critiche e tecnologie (es. batterie, semiconduttori) ha reso la sicurezza economica un imperativo di sicurezza nazionale.
Il "Black Deal" non è un documento formale, ma un concetto analitico che descrive l'integrazione delle esigenze militari e di sicurezza nell'agenda economica e industriale dell'UE. Il Fondo per la Competitività agisce come cerniera in questo processo, rendendo l'economia di guerra (nel linguaggio ufficiale, l'economia di pronta difesa) un elemento centrale della politica industriale.
Il nucleo del Fondo per la Competitività si concentrerà su settori che non sono esclusivamente verdi, ma che sono strategici e spesso a doppio uso (civile e militare):
Semiconduttori (Chips Act): essenziali per auto elettriche e IA (Green Deal), ma anche fondamentali per missili, droni e sistemi di comunicazione militari (Black Deal).
Intelligenza Artificiale (AI Act): guida la digitalizzazione, ma l'AI è ormai centrale per la sorveglianza, l'analisi dei dati di intelligence e i sistemi d'arma autonomi.
Spazio e connettività: i progetti di costellazioni satellitari europee garantiscono la connettività per la transizione digitale, ma sono anche vitali per la sicurezza, la navigazione e il comando militare.
Investendo massicciamente in queste aree con motivazioni di "sicurezza/sovranità", l'UE di fatto sussidia la sua futura base industriale-militare.
L'istituzione di un massiccio Fondo per la Competitività richiederà risorse significative. Nel contesto di bilanci nazionali e comunitari limitati, ciò implica necessariamente una compressione di altri capitoli di spesa, inclusi quelli più strettamente legati agli obiettivi climatici del Green Deal che non hanno una diretta ricaduta in termini di sicurezza.
Progetti come la produzione di energia pulita e l'efficienza energetica, originariamente promossi per il clima, vengono ora giustificati anche dalla necessità di ridurre la dipendenza energetica da regimi ostili. La motivazione di sicurezza (evitare la ricattabilità) assume priorità rispetto alla motivazione climatica pura.
Anche se il Fondo non è un fondo esclusivamente di difesa, la sua esistenza legittima un'architettura di bilancio che integra la spesa per la difesa e la sicurezza industriale nella politica economica mainstream dell'UE, un pilastro dell'economia di guerra che l'UE aveva a lungo evitato.
Il Black Deal, pur ridimensionandolo fortemente, non annulla del tutto il Green Deal; piuttosto, lo subordina. La spesa per la transizione ecologica continuerà, ma sarà sempre più filtrata e giustificata attraverso la lente della geopolitica e della sicurezza, garantendo che ogni euro speso per la competitività industriale contribuisca anche a rendere l'Europa più armata, ed aggressiva ("resiliente") economicamente e militarmente. La nuova logica è: l'Europa può essere Green solo se è Sicura.
_________________
Il nuovo meccanismo della rinazionalizzazione e la crisi della "maggioranza Ursula"
Il merito delle proposte della Commissione sta sollevando molte eccezioni; sul metodo il Parlamento europeo è quasi in rivolta. E' la "rinazionalizzazione" che risulta indigesta alla maggioranza degli europarlamentari. La "rinazionalizzazione" nel contesto dei fondi UE non significa che i soldi non vengano più dall'Europa, ma che il potere decisionale su come spendere quei soldi torna principalmente nelle mani dei governi nazionali. Nella strategia su cui la von der Leyen ha messo la faccia le risorse verranno distribuite in base a "Piani di partnerariato Nazionali e Regionali". I soldi - un po' come è accaduto nel PNRR verranno infine assegnati in base ai risultati raggiunti.
Con il vecchio metodo i fondi strutturali (come i fondi di coesione) funzionavano in gestione concorrente. La Commissione definiva regole molto dettagliate e programmi operativi per tutti (es. "questi fondi vanno per l'agricoltura e devono essere spesi in base a fatture"). La spesa era guidata dalle norme UE. L'UE rimborsava le spese dimostrate (ad esempio, inviavi la fattura di un computer comprato per un progetto e l'UE rimborsava una percentuale).
Il nuovo metodo della "rinazionalizzazione", ispirato al PNRR, sposta il controllo. Il singolo Paese decide autonomamente cosa fare per primo, scegliendo obiettivi e riforme (entro linee guida UE molto ampie). La Commissione si limita ad approvare la strategia nazionale prima che parta e a verificare se gli obiettivi stabiliti sono stati raggiunti dopo.
Il binomio spinge di nuovo verso l'assetto intergovernativo e nello stesso tempo attribuisce al solo esecutivo comunitario una sorta di potere "presidenziale" di controllo.
Gli Europarlamentari vedono questo come una perdita di controllo comunitario: l'UE non garantisce più che i fondi siano spesi in modo coerente tra tutti i Paesi o che rispettino rigorosamente l'interesse europeo. Si teme che i governi nazionali possano usare i fondi in modo più "politico" o "autoreferenziale". E' salita dai banchi la minaccia esplicita di bocciatura del QFP. L'idea di approvarlo e poi consegnare tutte le chiavi di controllo a Palazzo Berlaymont non piace molto all'unica istituzione elettiva dell'Unione, che punta ad avere un ruolo anche nella valutazione dei piani nazionali.
La "maggioranza Ursula" sta pretendendo modifiche sostanziali. Ma la sua crisi è un fenomeno palpabile che si è manifestato in diversi voti chiave, in particolare quelli relativi al depotenziamento del Green Deal, dove il sostegno del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) si è dimostrato, in momenti cruciali, indispensabile per la Commissione (e per il Partito Popolare Europeo, PPE).
La "maggioranza Ursula" si basa tradizionalmente sull'alleanza centrista tra Partito Popolare Europeo (PPE), Socialisti e Democratici (S&D) e Liberali (Renew Europe). La sua crisi si verifica quando il PPE, sempre più sensibile alle preoccupazioni di agricoltori e industria, rompe l'alleanza per votare con ECR e, talvolta, con gruppi ancora più a destra.
Consideriamo tre esempi chiave, notando come tutti siano relativi ad una retromarcia verso politiche ecologiche.
1- La Legge sul Ripristino della natura (Nature Restoration Law - 2023)
2- La Direttiva sulla "Due diligence aziendale per la sostenibilità" (CSDDD - Corporate Sustainability Due Diligence Directive, 2025)
3- I voti sui Regolamenti forestali e la deforestazione (2024-2025)
La minaccia del Parlamento Europeo di bocciare l'intero Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034 è un'arma politica diretta contro il potere esecutivo della Commissione.
Se la Commissione von der Leyen ottiene un potere "presidenziale" di controllo sui Piani Nazionali (verificando solo i risultati ex post e decidendo le erogazioni), il Parlamento si sente escluso dal controllo democratico intermedio.
Gli Europarlamentari pretendono:
Coinvolgimento nella valutazione: un ruolo formale e sostanziale nella valutazione dei Piani Nazionali (prima dell'approvazione).
Trasparenza: garanzie che la spesa nazionale rispetti i principi democratici e lo stato di diritto (tema caro a S&D e Renew, ma spesso tollerato dal PPE).
La crisi della maggioranza su singoli atti legislativi (come il Green Deal) rende la Commissione vulnerabile e aumenta il potere negoziale del Parlamento sull'assetto di bilancio e sul meccanismo di controllo (la "rinazionalizzazione") nel QFP.
Sul QFP si sta svolgendo una battaglia durissima e la von der Leyen si gioca in essa molto del suo futuro a Bruxelles. I movimenti pacifisti, insieme ai gruppi politici che storicamente li rappresentano (Verdi, Sinistra e parte dei Socialisti), hanno una chiara e, paradossalmente, più forte leva negoziale e possono pensare di inserirsi.
_______________________
Come possono inserirsi i pacifisti nella partita politica in corso al Parlamento europeo
La battaglia sul QFP si combatte su tre fronti: la quantità di denaro da spendere (il totale del bilancio), il merito della svolta verso il "Black Deal", e il metodo di controllo (la rinazionalizzazione). I pacifisti possono usare tutti i fronti.
1. Sfruttare il Rifiuto del "metodo presidenziale"
La minaccia principale al bilancio, che è anche la fonte di indignazione del Parlamento, è il metodo di controllo centralizzato e rinazionalizzato della Commissione.
L'Alleanza tattica: i gruppi pacifisti e pro-Green (Verdi, Sinistra) devono allearsi con Socialisti e Liberali (i partner delusi della "maggioranza Ursula") non solo sul contenuto, ma sul principio democratico.
La richiesta: il Parlamento pretende un ruolo nella valutazione dei Piani Nazionali. I pacifisti possono avanzare la richiesta che ogni spesa del nuovo Fondo per la Competitività/Sovranità (il Black Deal), che ha chiare ricadute sulla difesa e l'industria bellica, debba essere soggetta a:
Voto di veto del PE: un meccanismo che consenta al Parlamento di bloccare i piani nazionali che deviano eccessivamente dalle priorità Green o che destinano troppe risorse a spese militari non chiaramente giustificate.
Trasparenza sulla sicurezza: maggiore trasparenza sulle risorse destinate a progetti a "doppio uso" (civile/militare), con l'obiettivo di canalizzare i fondi verso il polo civile (es. sviluppo di intelligenza artificiale per la salute, non per i droni).
Il Vantaggio: legando la loro agenda (meno spese militari) alla battaglia istituzionale del Parlamento (più controllo democratico), i pacifisti rendono la loro causa non solo ideologica, ma pro-democratica. Il PPE, nel tentativo di salvare il bilancio complessivo, potrebbe essere costretto a fare concessioni sul controllo parlamentare
La contestazione della "narrazione": sicurezza umana vs. sicurezza militare
Il "Black Deal" definisce la sicurezza in termini di capacità militare e autonomia industriale. I pacifisti possono tentare di ribaltare questa narrativa.
La leva del Green Deal: sebbene il Green Deal sia stato indebolito dall'asse PPE-ECR, è ancora la legacy principale di Von der Leyen. I pacifisti possono insistere sul fatto che la vera insicurezza del futuro è climatica e sociale, non militare.
La spinta al "Peacebuilding": possono pretendere che la spesa per la "competitività" includa una forte "condizionalità sociale" o "climatica". Ad esempio, ogni miliardo speso per la produzione di semiconduttori (strategico per la difesa) deve essere bilanciato da un equivalente miliardo destinato alla cooperazione allo sviluppo o alla prevenzione dei conflitti, o a programmi di adattamento climatico nelle regioni più vulnerabili (la cosiddetta Sicurezza Umana).
Rinforzo dei programmi civili: chiedere l'aumento delle risorse per i programmi storicamente più cari ai pacifisti/sociali, come lo strumento di Vicinato, Sviluppo e Cooperazione Internazionale (NDICI) e l'aiuto umanitario, definendoli come i veri strumenti di Soft Power dell'Europa, un'alternativa all'economia di guerra.
Sfruttare il risultato risicato della leadership
La fragilità della Von der Leyen (il suo primo voto di elezione fu per soli 9 voti) la rende estremamente sensibile al sostegno dei gruppi intermedi.
Il potere dei Verdi e S&D: se i Socialisti e i Verdi minacciano di bocciare il QFP nel suo complesso o di negare il loro sostegno su futuri dossier cruciali, costringono il PPE a cercare maggioranze altrove (verso ECR) oppure a riavvicinarsi al centro.
Il contenuto del contratto: nella trattativa finale per l'approvazione del QFP, i gruppi pacifisti/Green (Verdi/S&D) possono esigere come prezzo per il loro sì l'inserimento di clausole specifiche che limitino l'aumento dei fondi militari (come il Fondo Europeo per la Difesa, EDF) o che ne garantiscano la riallocazione parziale in caso di mancato utilizzo.
In sintesi, i pacifisti non possono fermare del tutto il "Black Deal", ma possono trasformare la crisi della maggioranza e l'indignazione democratica del Parlamento in una leva potente per mitigarne l'impatto, assicurando che una parte significativa del bilancio UE rimanga fedele ai principi di pace, clima e coesione sociale.
__________________________
Documenti Ufficiali della Proposta di Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034
La proposta ufficiale della Commissione Europea per il bilancio a lungo termine 2028-2034 è stata presentata a metà luglio 2025. Per consultare i testi integrali e i documenti normativi, è necessario riferirsi ai canali istituzionali dell'Unione Europea.
Fonte principale: Commissione Europea / EUR-Lex
I documenti principali che definiscono la struttura, le priorità e i dettagli finanziari del QFP 2028-2034 sono i seguenti:
Comunicazione della Commissione (Documento Politico Strategico): Questo documento illustra la visione politica generale ("Un bilancio dell'UE dinamico per le priorità del futuro – Il quadro finanziario pluriennale 2028-2034"). Contiene le motivazioni del cambio di paradigma (dal Green Deal al Black Deal/Geopolitico) e l'introduzione del nuovo metodo di "rinazionalizzazione".
Riferimento CELEX: COM(2025) 570 final
Proposta di Regolamento del Consiglio: Questo è il testo normativo che definisce il quadro giuridico e le cifre massime di spesa (i "massimali") per ogni categoria di spesa ("rubrica") per i sette anni.
Riferimento CELEX: COM(2025) 571 final (Proposta di Regolamento del Consiglio)
Dove trovare i documenti online
I documenti ufficiali sono disponibili sul sito EUR-Lex (il portale del diritto dell'Unione Europea) e sulla pagina tematica della Commissione.
PAGINA UFFICIALE SUL BILANCIO UE (Commissione Europea): Questa pagina fornisce schede informative, domande e risposte frequenti, e link diretti alla legislazione.
Link Tematico: https://commission.europa.eu/topics/budget/eu-budget-2028-2034-explained_it
LINK DIRETTO AL TESTO STRATEGICO SU EUR-LEX:
Link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:52025DC0570
Note Importanti:
Fase di Negoziazione: il testo che vi si trova è la proposta iniziale della Commissione. Il QFP è soggetto a un intenso negoziato tra la Commissione, il Consiglio (che rappresenta i governi nazionali) e il Parlamento Europeo. I massimali e la ripartizione dei fondi sono quindi ancora soggetti a modifiche prima dell'adozione definitiva prevista entro la fine del 2026.
PAC e Coesione: i dettagli sull'accorpamento e la riduzione dei fondi per l'agricoltura e la coesione sono inclusi nei documenti di lavoro allegati alla Comunicazione (identificati come SWD - Staff Working Document).

I dati sulla spesa militare li ricaviamo dal SIPRI di Stoccolma. E anche dall'IISS di Londra
A livello mondiale, per il SIPRI, spesa totale 2024: 2.718 miliardi di dollari. Quasi più 10% rispetto al 2023.
Dati credibili sulle spese militari a livello UE ce li fornisce l'EDA (Europe Defence Agency)
Nel 2024 la spesa totale stimata è 343 miliardi di euro. La stima obiettivo per il 2025 è di 392 miliardi di euro. Si prevede il superamento della soglia del 2% del PIL in linea con gli obiettivi NATO.
Per il 2026 le previsioni sono ancora in crescita.
Le statistiche ufficiali della UE sono fatte da EUROSTAT e gli ultimi dati sono riferiti al 2023
Nel database Eurostat ecco la pagina che serve: https://ec.europa.eu/eurostat/web/main/data/database
Si parla, per il 2023, dell'1,3% del PIL per i 27 Paesi della UE . I paesi membri della UE che fanno anche parte della NATO sono 23.
"La spesa militare dei paesi UE è stata di 547,5 miliardi di dollari internazionali, pari all'1,95% del PIL, superando la spesa russa del 18,6%."
E' da sottolineare che questi dati dicono l'1,3% del PIL UE, non l'1,9% che ripete la von der Leyen nei suoi interventi pubblici.
Per la von der Leyen la UE spende "poco meno del 2% del PIL per la difesa"
In un discorso tenuto a Strasburgo nel marzo 2025 (in occasione della presentazione del piano di riarmo, come riportato da diverse fonti), la Presidente ha fornito il seguente dato sulla spesa attuale e l'obiettivo:
Von der Leyen: "Oggi spendiamo poco meno del 2% del nostro Pil per la difesa. Ogni analisi concorda sul fatto che dobbiamo spostarci oltre il 3%." (Fonte: Il Fatto Quotidiano, tra gli altri, in un articolo datato 11 marzo 2025).
Queste dichiarazioni riflettono l'approccio che equipara la spesa militare dei membri UE al target NATO, ovvero il 2% del PIL. La sua insistenza sul "oltre il 3%" sottolinea l'ambizione di un massiccio aumento degli investimenti futuri.
In un altro passaggio, von der Leyen ha ipotizzato uno scenario di mobilitazione di fondi, legando l'aumento della spesa a un incremento medio dei bilanci nazionali:
Von der Leyen: "Se gli Stati membri aumentassero la loro spesa per la difesa in media dell'1,5% del Pil, ciò potrebbe creare uno spazio fiscale di quasi 650 miliardi di euro in un periodo di quattro anni." (Fonte: Sky TG24, Milano Finanza, e Fortune Italia, in articoli del 4 marzo 2025, che coprono la presentazione del piano "Rearm Europe").
Queste dichiarazioni, pur non menzionando l'1,9% esatto, rientrano chiaramente nella narrazione politica di un livello di spesa che oscilla intorno al 2% come punto di partenza e che mira a superare tale soglia (addirittura fino al 3%) per affrontare l'attuale contesto geopolitico.
Questi resoconti di stampa confermano che il dato "vicino al 2% del PIL" è una cifra che la Presidente Von der Leyen utilizza nei suoi discorsi pubblici per descrivere lo stato attuale (o l'obiettivo imminente) della spesa per la difesa dei paesi membri dell'UE, differenziandola dal bilancio diretto dell'UE che è effettivamente molto inferiore (come si è notato guardando in Eurostat, l'1,3% del PIL complessivo, con il QFP in negoziazione che si aggiunge a questo).
Tra i diversi istituti che fanno da fonte esistono differenze di approccio e metodologiche
A liv
Quali obiettivi si dà l'Europa?
•Per adesso si raggiunge il 2% del PIL, poi si va al 5% indicati dalla NATO (con la Spagna che si oppone) •La prospettiva a lungo termine per la UE raggiunge una spesa complessiva di 6.800 miliardi di euro entro il 2035, con l'obiettivo di spendere il 50% del budget in acquisizioni congiunte. •1. Obiettivo 2% come "Nuovo Minimo" (2025) •2025: Il traguardo principale è che la spesa aggregata dell'UE superi la soglia del 2% del PIL, attestandosi nella fascia 381-392 miliardi di euro. Questo non è un tetto, ma un nuovo punto di partenza, riflettendo l'impegno preso in ambito NATO e la percezione di accresciuta minaccia. •2. La Crescita Aggiuntiva nel 2026 •2026: Le previsioni sui bilanci nazionali dei Paesi più grandi (che guidano la spesa UE) indicano una crescita ininterrotta: •Germania: Le proiezioni indicano che la Germania potrebbe raggiungere o superare i 100 miliardi di euro nel 2026, consolidando la sua posizione tra i top spender. •Italia: Le stime (ad esempio, Mil€x) indicano che la spesa italiana per il 2026 raggiungerà circa 34 miliardi di euro, con una crescita netta di oltre 1 miliardo di euro rispetto al 2025.
Il riarmo strutturale dell'Europa
•L'aumento di spesa previsto per il 2026 non sarà guidato da un evento straordinario, ma dall'implementazione a lungo termine di: •Piani a lungo termine: Fondi speciali creati per la difesa e i piani decennali dei Paesi. •Approvvigionamento Congiunto: Si prevede che i meccanismi UE di acquisto congiunto (come EDIP - European Defence Industry Programme) inizieranno a generare volumi di spesa maggiori, pur avendo un budget centrale relativamente contenuto. •In sostanza, la spesa 2025 è la cifra che sancisce il raggiungimento del 2% del PIL; la spesa 2026 sarà la prima a partire da questa nuova "normalità", con la crescita dettata dall'attuazione dei grandi programmi di investimento di armamenti a lungo termine nei singoli Stati.
Da Rearm Europe a Readeness Europe
•La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha presentato ufficialmente i piani per il "riarmo strutturale" dell'Europa, noto anche come piano "ReArm Europe", in un momento cruciale di inizio 2025. Martedì 4 marzo 2025. •Il termine "Riarmo" è stato percepito come troppo aggressivo o bellicoso da alcune capitali, in particolare l'Italia e la Spagna (rappresentate da Giorgia Meloni e Pedro Sánchez), che hanno richiesto un approccio più ampio e diplomatico. •Il nome è stato subito aggiornato a "Readiness 2030" o "European Defence Readiness 2030" (Prontezza 2030). •La Commissione ha confermato questo cambio di enfasi intorno al 21 marzo 2025, spiegando che il nuovo nome rifletteva meglio la portata più ampia della strategia che andava oltre il semplice riarmo, includendo la "prontezza" (Readiness) a 360 gradi per affrontare sia le minacce militari sia le crisi civili (disastri naturali, cyberattacchi, ecc.). •In pratica, la Commissione ha integrato il piano finanziario "ReArm Europe" all'interno del più vasto e meno controverso quadro del "Libro Bianco sulla Difesa Europea – Readiness 2030", presentato il 19 marzo 2025. •Il nuovo nome pone l'accento non solo sul "riarmo" delle forze armate, ma sulla "prontezza strategica" dell'intera Unione Europea.
Per la Spagna il 5% del PIL va preso come un «obiettivo flessibile»
•Il Primo Ministro spagnolo, Pedro Sánchez, aveva pubblicamente respinto la proposta (fortemente promossa dagli Stati Uniti) di portare la spesa al 5% del PIL, definendola "irragionevole e controproducente" e incompatibile con il mantenimento dello stato sociale. •La Spagna, che storicamente ha speso per la difesa una percentuale del PIL tra le più basse dell'Alleanza (circa l'1,24% nel 2024), sosteneva che un aumento così drastico sarebbe stato insostenibile per i conti pubblici e avrebbe comportato tagli eccessivi su settori come sanità e pensioni. Sánchez aveva anche sottolineato l'esistenza di differenze economiche tra gli alleati che non potevano essere ignorate. •L'opposizione della Spagna è stata cruciale, poiché le decisioni NATO richiedono il consenso unanime. Per evitare che il veto spagnolo facesse deragliare il vertice dell'Aia (giugno 2025), è stato raggiunto un compromesso: •Accordo sul 5%: Ufficialmente, la Spagna ha concordato con gli altri Paesi membri di sottoscrivere l'obiettivo complessivo del 5% del PIL entro il 2035 (suddiviso in 3,5% per difesa militare e 1,5% per sicurezza e resilienza). •Deroga/Flessibilità per Madrid: Allo stesso tempo, la Spagna ha ottenuto un'esenzione o una notevole flessibilità. Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha garantito, attraverso uno scambio di lettere, che Madrid avrebbe mantenuto flessibilità sui propri contributi, impegnandosi a raggiungere un obiettivo di spesa per la difesa più modesto, circa il 2,1% del PIL.